domenica 11 ottobre 2009

Tassa sull'uso del terminie *pirateria*

Faccio una premessa, a scanso di equivoci: a me il termine "pirateria" fa venire l'orticaria sulla pelle anche solo a sentirlo. L'accostamento delle pratiche dei pirati (quelli veri, intendo, cioè quelli che assaltavano le navi) ai comportamenti tipici del mondo digitale è già improprio di per sé. E se da un lato posso tollerarlo quando si parla di crimine organizzato che si occupa di diffondere materiale riprodotto abusivamente in violazione del copyright, dall'altro non riesco proprio ad accettarlo quando si parla del ragazzino che si scarica qualche brano sul pc tramite peer-to-peer. Ma queste sono valutazioni del tutto personali, e quindi soprassediamo.
Quello che non è accettabile è vedere tale termine utilizzato ormai ovunque anche quando c'entra ben poco con il contesto. Prendiamo ad esempio l'articolo uscito lo scorso 7 ottobre su Repubblica (cartaceo) nel quale venivano esposte egregiamente le nuove prospettive sull'editoria elettronica. A parte qualche imprecisione, devo dire che si tratta di un articolo degno del prestigio della testata su cui è pubblicato. Il problema infatti non sta nel testo dell'articolo, ma nel titolo! Vi invito a leggere l'articolo e a dirmi che cosa c'entrano i "pirati del libro" con i concetti esposti nel testo.
Proporrei una tassa sull'uso del termine "pirateria", in modo che chi lo usa a sproposito (cioè più o meno nel 90% dei casi) deve pagare una somma all'erario; somma con cui poi si potranno finanziare archivi pubblici e biblioteche o in generale fare investimenti sulla cultura.