giovedì 23 dicembre 2010

Tre mesi sulla baia

Come alcuni di voi già sanno, in quanto titolare di una borsa di dottorato ho la possibilità di fare un periodo di ricerca all'estero e dopo varie vicissitudini sono riuscito finalmente a definire dove andrò e quando.
Sarò a San Francisco presso la sede centrale di Creative Commons, per lavorare su un progetto inerente al licenziamento dei database. Soggiornerò dunque in terra californiana dal 5 di gennaio al 30 di marzo.
Di conseguenza in quel periodo sarò raggiungibile solo per via telematica (principalmente email, ma anche Skype, GoogleTalk) e cercherò di fornire aggiornamenti regolari sia attraverso questo blog (con dei post taggati con la sigla SF) sia attraverso la mia rete di contatti sui vari social network (Facebook, LinkedIn...).
Non penso di attivare una linea telefonica americana; piuttosto cercherò di avere il cellulare comunque attivo con il mio solito numero per ricevere sms e per eventuali urgenze. Spero di riuscire ad essere costantemente connesso in Wi-Fi anche con il cellulare, sul quale terrò attivato Skype.
Qualora in quel periodo venisse organizzato qualche evento (convegno, dibattito, tavola rotonda) in cui fosse gradito un mio intervento cercherò in ogni modo di connettermi in video-conferenza.
Qualora qualche amico/collega/conoscente fosse da quelle parti in quel periodo mi farebbe piacere poterlo incontrare. Quindi non esistate a farvi sentire. Purtroppo non posso ospitare perchè io stesso avrò una stanza in un residence, ma se fosse necessario potrò attivarmi per trovare una sistemazione.

domenica 19 dicembre 2010

Uscito il mio nuovo libro "Apriti standard!"

E' uscito il mio nuovo libro "Apriti standard! Interoperbailità e formati aperti per l'innovazione tecnologica".
Come si legge nella quarta di copertina, questo libro intende, una volta per tutte, spostare l'attenzione del dibattito scientifico e della relativa opera di divulgazione non tanto sugli strumenti con cui si producono informazioni ma sulle informazioni stesse e sugli standard con cui esse sono codificate, rappresentate, comunicate, memorizzate.
Interoperabilità e neutralità tecnologica diventano quindi categorie e valori ancora più centrali di libertà e apertura, o quantomeno diventano i prerequisiti fondamentali per l'effettiva realizzazione di un ecosistema digitale libero, aperto, trasparente... ma soprattutto efficiente ed equo.

Il libro, distribuito con licenza CC by-sa, è disponibile in versione cartacea per l'editore Ledizioni oppure in versione digitale (PDF o EPUB). Tutte le informazioni e i file da scaricare sono disponibili al sito www.aliprandi.org/apriti-standard.

* A questo link è disponibile una mia intervista inerente al libro a cura di Flavia Marzano per il sito Wired.it.

sabato 4 dicembre 2010

Non è proprio come Rocky e Ivan Drago...

Da quando faccio attività di divulgazione nel campo del diritto d'autore (quindi dall'inizio del 2005), sono costantemente invitato a prendere parte a conferenze, tavole rotonde, dibattiti incentrati su una fantomatica contrapposizione fra Creative Commons e SIAE. Basti vedere nell'elenco dei titoli degli incontri a cui ho preso parte quanti sono quelli che fanno espresso riferimento a questo famigerato scontro "CC vs SIAE", richiamando alla mente sfide storiche come Rocky vs Ivan Drago, Alien vs Predator, Batman vs Joker, Davide vs Golia...

Una contrapposizione che non c'è
Tutte le volte io cerco di spiegare agli organizzatori di questi eventi che focalizzarsi troppo su questa contrapposizione può essere fuorviante, per il semplice fatto che questa contrapposizione NON C'È, o per lo meno non è nei toni così fumettistici con cui la si vuole rappresentare. Ancor peggio quando l'intento sotterraneo è quello di far passare il messaggio che nella sfida c'è un buono e un cattivo, un forte e un debole.
Nella maggior parte dei casi gli organizzatori mi fanno capire che calcare la mano sulla contrapposizione è una precisa strategia comunicativa, con lo scopo di dare più appeal all'evento e fare una promozione più efficace. Io capisco e non insisto. Però poi mi trovo spesso a dover spiegare a coloro che assistono a tali dibattiti che in realtà quello che si trovano davanti non è un ring ma dibattito/seminario tecnico, anche piuttosto noioso. Specie per chi non ha una formazione giuridica, ed è arrivato lì proprio perché voleva vedere un po' di pugni, nasi rotti, denti spezzati. "Ah, ma allora non si picchiano?! Che barba!", mi sembra di leggere nei loro sguardi.
Lo stesso pericoloso equivoco ricorre costantemente anche nelle mailing list specializzate che seguo da anni. Anche lì, nonostante gli archivi delle liste siano pieni di post che chiariscano questo aspetto, rimandando a fonti per l'approfondimento, i nuovi iscritti sembrano tutti ossessionati da questo "buono vs cattivo".
Ecco quindi che mi sento di dover esprimere una volta per tutte la mia posizione a riguardo. E cercherò di farlo chiarendo gli aspetti teorici che stanno alla base della mia posizione.

Che cosa fa la SIAE (in breve)
La SIAE è l'unica collecting society italiana, ovvero un ente di carattere associativo riconosciuto dallo Stato e a cui la legge attribuisce varie (secondo alcuni, troppe) funzioni in merito alla gestione dei diritti d'autore sul territorio italiano (comprese alcune funzioni di controllo e di certificazione).
Tale ente è stato creato con l'obbiettivo di tutelare un certo settore industriale-commerciale: quello della produzione di opere dell'ingegno come definite dagli art. 1 e 2 della legge 633/41. La sua funzione principale resta comunque quella di ridistribuire ai suoi soci e mandatari i proventi da essa raccolti con la sua attività di gestione dei diritti e raccolta dei relativi proventi. Invito comunque ad approfondire leggendo le FAQ sul sito ufficiale della SIAE o più semplicemente la relativa voce su Wikipedia.

Che cosa fa Creative Commons
Creative Commons altro non è che un ente non-profit che mette a disposizione una serie di licenze che gli autori possono liberamente prendere ed applicare alle loro opere.
Facciamo dunque un passo indietro e cerchiamo di capire meglio che cos'è una licenza attraverso una metafora abbastanza efficace. L'opera dell'ingegno è come un giardino privato delimtiato da alcune siepi; la licenza d'uso dell'opera è come un cartello affisso all'ingresso del giardino nel quale il padrone del giardino ci informa di quali cose possiamo fare e di quali cose non possiamo fare nel giardino: ad esempio possiamo entrare nel giardino, fare un pic-nic, raccogliere i fiori, ma non possiamo calpestare le aiuole, non possiamo strappare le radici delle siepi, non possiamo piantare una tenda per la notte. Per altro chiunque abbia un giardino è libero di scrivere quel cartello come meglio crede, utilizzando il numero di parole a lui più congeniale, scegliendo la lingua a lui più vicina... Quando però si tratta di licenze di diritto d'autore, ovvero documenti di natura giuridica che necessitano una certa preparazione specialistica, la questione non è così semplice; infatti una licenza scritta senza la dovuta cognizione degli aspetti legali e senza la corretta terminologia rischia di risultare inefficace se non addirittura controproducente.
Ecco, è qui che si innesta l'attività di Creative Commons! Creative Commons vi risparmia la fatica (e la spesa) di dovervi recare da un avvocato specializzato per farvi redigere la licenza che più si addice alle vostre esigenze. Essa ha infatti coinvolto un team di preparatissimi avvocati e ha predisposto un set di sei licenze che prevedono già le opzioni principali cui un autore può essere interessato, infine ha reso questi strumenti liberamente utilizzabili da chiunque, senza chiedere alcun pagamento o forma di registrazione/iscrizione. Per farlo è infatti sufficiente scegliere una delle sei licenze e apporla alla nostra opera, seguendo una procedura guidata presente sul sito di Creative Commons.
Il lavoro di Creative Commons si ferma qui. Creative Commons infatti non si può preoccupare che tutti gli utenti delle loro licenze le applichino in modo corretto; nè tantomeno può essere coinvolta direttamente qualora una licenza venga violata o male interpretata. Il fatto di scegliere la licenza e applicarla alla propria opera non instaura alcun rapporto di affiliazione o di consulenza fra l'autore e l'ente Creative Commons. Se fra le licenze predisposte da Creative Commons non ce n'è nemmeno una che fa al caso nostro, possiamo semplicemente cercarne un'altra in Internet, oppure tornare all'opzione di recarci da un legale specializzato e farcene scrivere una ad hoc.
[Per capire meglio il ruolo di Creative Commons, non mi stancherò mai di segnalare l'ottimo filmato Diventa creativo]

Conclusione
Scrivo questo affinchè sia chiaro una volta per tutte come SIAE e Creative Commons lavorino su due piani completamente diversi, e quindi quanto sia assurdo e sterile ostinarsi a mettere a confronto (o in contrapposizione) le attività di questi due enti. La prima è una collecting society che gestisce per conto degli autori i diritti di utilizzazione economica relativi alle loro opere e la seconda un ente non-profit che mette a disposizione una serie di licenze che gli autori possono applicare in autonomia alle loro opere.
Come detto in varie sedi, da ciò si deduce che le licenze Creative Commons non sono un'alternativa al diritto d'autore, ma degli strumenti che funzionano proprio sulla base dei principi del diritto d'autore e in generale del diritto privato contrattuale. Ciò che in esse c'è di innovativo e alternativo è il fatto di utilizzare il diritto d'autore non tanto per chiudere e controllare gli utilizzi delle opere dell'ingegno, quanto di utilizzarlo per incoraggiare il riuso e la ridistribuzione delle opere.

mercoledì 10 novembre 2010

Una ferrovia fotovoltaica?

Per una volta parlo non di diritto delle tecnologie o di diritto d'autore bensì di tematiche più ambientaliste.
In alcune città vedo sempre più lampioni con in cima un pannello fotovoltaico e penso sia cosa buona. Ma penso anche che si possa fare di più.

Salgo sul treno. Guardo fuori dal finestrino e vedo i tralicci della ferrovia che scorrono veloci davanti ai miei occhi... Faccio due più due e inizio a chiedermi: "ma se su ciascuno di questi tralicci ci fosse un pannello fovoltaico come quello che ho visto sul lampione?"
Non sono un matematico, però so che per ogni linea ferroviaria c'è un traliccio ogni 20 metri circa. Questo significa che per ogni chilometro di rete ferroviaria potremmo piazzare 50 pannelli fotovoltaici. Quanta energia elettrica potremmo produrre così? E non intendo necessariamente per far funzionare la rete ferroviaria (la quale magari ha delle esigenze particolari), ma magari per alimentare i centri abitati attraversati dai binari.
Non è il mio settore, quindi è probabile che questa idea che a me sembra particolarmente originale sia già stata vagliata da tempo e non sia mai stata realizzata per motivi di sicurezza o di sostenibilità economica.
Però credo che ci si debba pensare seriamente.
Sono bene accetti commenti e suggerimenti da parte di persone più esperte.

lunedì 25 ottobre 2010

La rivista Wired va in Creative Commons

Accolgo con grande piacere l'annuncio di Riccardo Luna relativo al passaggio della rivista Wired in Creative Commons. Già si sapeva della stessa scelta relativamente al nuovo sito web www.wired.it, passato in Creative Commons già da qualche settimana. Ora però a pagina 127 di Wired N.20 ottobre 2010 compare una lettera aperta rivolta a Gianni Riotta (direttore de IlSole24Ore) nella quale Luna parla apertamente della "morte del copyright" e sostiene espressamente che "è il momento di passare tutti in Creative Commons".
La lettera in realtà fa espresso riferimento solo al passaggio in CC del sito, ma dalla decisione con cui si esprime Luna (che ha il merito di aver portato in Italia una rivista così interessante come Wired) è facile dedurre che anche il passaggio della rivista cartacea in Creative Commons sia solo questione di qualche numero.
Al gruppo Condè Nast va il mio rispetto per aver dimostrato che anche riviste cartacee di tale livello possono sperimentare innovativi modelli di gestione dei diritti d'autore.


NB: il titolo è volutamente azzardato.

venerdì 15 ottobre 2010

Licenze opencontent e concorrenza sleale

Ogni tanto, quando mangio pesante e non dormo la notte, mi dedico ad elucubrazioni (spesso malsane) sui temi oggetto della mia attività di divulgazione. Un pensiero che mi gira in testa da tempo è relativo al rapporto fra le licenze opencontent e i principi sulla concorrenza sleale.
Poniamo il classico caso in cui un editore pubblichi un libro con una licenza che consente anche l'uso commerciale. Ad un anno dalla pubblicazione, un altro editore si dimostra interessato al libro, si informa sui termini della licenza e trova rassicurazioni sul fatto che, grazie alla licenza applicata, anche lui può pubblicare e commerializzare l'opera nel proprio catalogo. Prende dunque il file pdf del libro (comprensivo di copertina e veste grafica), gli cambia unicamente i dati d'edizione contenuti nel colophon, gli attribuisce un proprio codice ISBN e il suo marchio commerciale e inizia la produzione.
Una volta inserito il libro in catalogo e distribuitolo nei normali circuiti commerciali, gli utenti (che non necessariamente sono informati delle dinamiche del mondo editoriale e della gestione dei diritti) trovano di fatto la stessa identica opera con due codici ISBN e due marchi diversi; tuttavia, notando una data di pubblicazione più recente, comprano tutti il libro dal secondo editore.
Il primo editore, vedendo le sue vendite in calo e non potendo revocare i permessi concessi con la licenza a suo tempo applicata all'opera, decide di far leva sui principi della concorrenza sleale per diffidare il secondo editore dal commercializzare il libro. Va dal suo avvocato e invia una diffida ai sensi dell'art. 2598 del Codice Civile.*
Il secondo editore, per evitare problemi, toglie il libro dal suo catalogo.
In questo modo verrebbero vanificati gli effetti della licenza (la quale appunto agisce solo nell'ambito d'azione del diritto d'autore).
Credo che sia necessario riflettere su questo aspetto a mio avviso troppo sottovalutato.
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* Il testo dell'articolo 2598 è il seguente:
Ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi (2563 e seguenti) e dei diritti di brevetto (2584 e seguenti), compie atti di concorrenza sleale chiunque:
usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l'attività di un concorrente;
diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull'attività di un concorrente, idonei a determinare il discredito, o si appropria di pregi dei prodotti o dell'impresa di un concorrente;
si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda.
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ADDENDUM:
Riflettendo su quanto emerso nelle liste di discussione in cui è circolato questo articolo e confrontandomi con altri colleghi più esperti di me in materia di concorrenza, devo concludere che in effetti non è sempre vero che diritto d'autore e concorrenza sleale viaggiano su due binari diversi. Di conseguenza il fatto che un soggetto autorizzi con licenza la copia gli fa perdere la legittimazione ad agire sulla base della mera concorrenza.
Resta il fatto che, per come è strutturato il mercato attualmente (si veda sempre l'esempio dell'utente medio che cerca un libro su Amazon o su IBS e vede la copertina identica, e il marchio minuscolo in un angolino), il rischio di indurre il consumatore in confusione sul prodotto è sempre elevato. Quindi, per evitare problemi, consiglierei ad un eventuale "secondo editore" di confezionare il libro in modo che possa essere percepito come *prodotto commerciale* differente (benchè sempre *opera dell'ingegno* identica).

venerdì 1 ottobre 2010

A Europen Creative Commons license?

In my opinion having a European version of the Creative Commons licenses would be useful.
In fact, we know that in the last years copyright law in Europe has been reformed mainly thanks to the intervention of UE/CE Directives. So why do not we think about a CC license porting based on the common legal principles of all the European countries?
Many european authors are active not strictly in a specific country but in all the European context; them can certainly use that license for their works.
It is not so difficult to do: we can take the existing "unported version" and adapt it to the principles of the UE/CE directives (with attention to the tricky problem of database rights), leaving generic statements about the applicable law.
The porting and updating work can be managed by a european coordinated group, while the national (already existing) working groups would simply prepare an additional text with caluses related to the national law. That additional text can be added to the licenses when the published work would of course "live" within specific boundaries.
Obviously, this is just an idea and it should be better examined. But it can be a begin for getting opinions and comments.

giovedì 30 settembre 2010

Una licenza Creative Commons europea?

Scrivo questo post per lanciare un'idea e raccogliere eventuali commenti a riguardo.
Secondo me avrebbe senso avere una versione europea delle licenze Creative Commons. In fondo sappiamo che il diritto d'autore negli ultimi anni ha subito riforme quasi sempre dettate da direttive europee.
Quindi perchè non avere una versione localizzata delle CC basata sui principi comuni a tutti gli stati dell'UE? Molti autori, che sono attivi nell'ambito dell'Unione Europea e non necessariamente nell'ambito di un solo stato membro, la potrebbero utilizzare. Per farlo sarebbe sufficiente partire dalla già disponibile versione unported e adattarla ai principi contenuti nelle principali direttive europee in materia di diritto d'autore (compreso anche lo spigoloso tema del "diritto sui generis"), lasciando indicazioni più generiche in merito alla legge applicabile.
Il lavoro di redazione e di aggiornamento della licenza verrebbe quindi realizzato da un unico gruppo di lavoro a livello europeo. Mentre i vari gruppi di lavoro attivi nei singoli stati potrebbero semplicemente realizzare delle sezioni integrative da aggiungere alle licenze, nelle quali indicare quelle clausole specificamente rivolte al contesto nazionale e che verrebbero utilizzate solo in quei casi in cui la "vita" dell'opera pubblicata è con certezza limitata all'ambito nazionale.
Ovviamente è solo uno spunto; l'idea andrebbe meglio sviluppata. Ma intanto ci tenevo a raccogliere i primi pareri e commenti.

mercoledì 12 maggio 2010

Un manuale aperto da adottare a scuola

Con piacere dò notizia dell'uscita di Matematica C3, il primo manuale di matematica per la scuola superiore realizzato in un'ottica collaborativa e rilasciato sotto licenza Creative Commons.

Si tratta non di un semplice collage disorganico di dispense create da volenterosi docenti (opere del genere circolano in rete già da tempo), ma di un completo e ben strutturato manuale che può essere utilizzato e ufficialmente adottato da tutte le scuole italiane. E non si tratta di una semplice opera statica di cui usufruire "as it is" ma di uno strumento fluido e interattivo, fruibile in diversi formati, adattabile alle proprie esigenze didattiche e aggiornabile come un vero "book in progress". Ciò è possibile grazie all'applicazione di una licenza CC Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo e grazie alla diffusione dei contenuti attraverso formati aperti (il libro è infatti disponibile anche nel formato ODF di OpenOffice.org).
Un progetto lodevole e pionieristico che mi auguro funga da apri-pista per altri gruppi di docenti indipendenti o per enti pubblici e privati dediti alla formazione.
Il libro e i contenuti ad esso connessi sono disponibili al sito www.matematicamente.it/manuale_matematica.

giovedì 6 maggio 2010

Il misterioso caso del diritto sui generis eluso

Riflettiamo sul divieto di estrarre parti sostanziali di un database come sancito dall'art. 102 bis l. 633/41 [1] e cerchiamo di metterne alla prova la tenuta di fronte ai nuovi meccanismi di gestione e diffusione dei dati tipici del web. Per farlo, poniamo un caso ipotetico ma nemmeno così inverosimile.
Prendiamo un esempio classico di database tutelato da un semplice diritto sui generis: un elenco di numeri di telefono disposti in ordine alfabetico secondo il cognome del loro titolare. L'elenco contiene circa 1000 numeri ed è pubblicato in rete, con una chiara nota in cui il costitutore del database ricorda che l'estrazione di parti consistenti dell'opera violerebbe il diritto sui generis.
Un utente prende tre di questi numeri di telefono con nominativo di appartenenza e li riporta in una pagina wiki preesistente. Un altro utente fa la stessa cosa con altri tre numeri. Cosi via fin quando una trentina di utenti inseriscono nella pagina wiki un centinaio di dati.
Se da un lato i singoli utenti non possono essere perseguiti civilmente per estrazione non autorizzata da un database essendo tre soli dati una parte di certo irrilevante [2], dall'altro lato la pagina wiki così creatasi costituisce una costola importante del database originario. E si tenga presente che il gestore della pagina wiki mette solo a disposizione lo spazio web dietro regolare log-in degli utenti; e non sa (nè può sapere) la provenienza dei singoli dati. Su chi potrà rivalersi civilmente il costitutore della banca dati? Sul gestore della pagina wiki? Sui singoli utenti? Mistero.
To be continued...

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[1] Art. 102 bis, co. 3 L. 633/1941: [...]il costitutore di una banca di dati ha il diritto, per la durata e alle condizioni stabilite dal presente Capo, di vietare le operazioni di estrazione ovvero reimpiego della totalità o di una parte sostanziale della stessa.
[2] Art. 102 ter, co. 3 L. 633/1941: Non sono soggette all'autorizzazione del costitutore della banca di dati messa per qualsiasi motivo a disposizione del pubblico le attività di estrazione o reimpiego di parti non sostanziali, valutate in termini qualitativi e quantitativi, del contenuto della banca di dati per qualsivoglia fine effettuate dall'utente legittimo.

sabato 17 aprile 2010

Copyleft-Italia cerca collaboratori (stagisti o liberi professionisti)

Il progetto Copyleft-Italia.it cerca una persona che abbia dimestichezza con i linguaggi e gli strumenti tipici del web 2.0 (ovvero PHP, Joomla, Mediawiki, Wordpress) per l'aggiornamento di progetti pre-esistenti e l'avviamento di alcuni progetti nuovi. La persona in questione deve essere dotata oltre che di tali competenze tecniche anche di pazienza, spirito di collaborazione, elasticità e motivazione verso i principi di condivisione della conoscenza di cui Copyleft-Italia si fa portavoce.
Altro requisito è la disponibilità logistica nell'area di Milano/Lodi, Brescia, Verona, in modo che si possano più facilmente programmare degli incontri organizzativi e formativi relativi al lavoro da svolgere.
La collaborazione sarà regolarmente retribuita previo accordo sui tempi e sulle modalità di svolgimento del lavoro. Tale collaborazione potrà valere anche ai fini di stage universitario, compatibilmente con i requisiti imposti dalle singole università di provenienza.
Gli interessati possono inviare breve curriculum con portfolio dei lavori pregressi all'indirizzo info at copyleft-italia.it.

venerdì 16 aprile 2010

Dati geografici pubblici in pubblico dominio?

Come molti sanno, mi occupo da un po' di tempo anche degli aspetti giuridici dei sistemi georeferenziati, e nello specifico delle questioni relative al licenziamento dei dati geografici.
Ho scritto anche un articolo ad hoc in occasione del convegno PAAL 2008 diventato poi un capitolo del libro Contenuti aperti, beni comuni (intitolato "Copyleft e banche dati"). In questa mia relazione mi occupavo appunto delle problematiche che sorgono quando si vuole applicare il modello copyleft ad opere che non si muovono tanto nell'ambito del diritto d'autore in senso stretto ma piuttosto in quello del diritto sui generis previsto per le banche dati (per chi fosse digiuno di queste nozioni può leggere qui).
Tuttavia, tali mie riflessioni partivano da un semplice presupposto: che questi database fossero a tutti gli effetti opere tutelate da diritti di privativa e che quindi la loro "liberazione" dipendesse dall'applicazione di una licenza che tenesse conto anche del cosiddetto diritto sui generis.
Ma se nemmeno questo diritto sussistesse? In altre parole... se si trattasse di opere che sono di fatto in un regime di pubblico dominio?
L'interrogativo nasce da una riunione cui ho recentemente partecipato e nella quale erano coinvolti i responsabili di alcune amministrazioni pubbliche. Qualcuno ha giustamente fatto notare che dati come il catasto, lo stradario comunale, i tracciati degli acquedotti cittadini, etc. sono tutti dati inseriti (o allegati come parti integranti) nel corpus di delibere comunali o ad altri atti dispositivi ufficiali delle pubbliche amministrazioni locali.
Questo rilievo, unito ad una interpretazione della norma nemmeno molto estensiva, farebbe rientrare la questione nel campo d'azione dell'art. 5 della Legge sul diritto d'autore, il quale laconicamente recita:
Le disposizioni di questa legge non si applicano ai testi degli atti ufficiali dello stato e delle amministrazioni pubbliche, sia italiane che straniere.

Si badi bene che la norma fa riferimento ai **testi degli atti ufficiali**, dunque affinché essa possa applicarsi è necessario che i dati geografici siano espressi in una forma testuale e che siano parte integrante di un atto ufficiale della PA.
Tuttavia, per non cadere in pericolose semplificazioni, è importante tenere presente anche il disposto dell'art. 11 della stessa legge che dal canto suo attribuisce alle amministrazioni dello stato, alle provincie ed ai comuni "il diritto d'autore sulle opere create e pubblicate sotto il loro nome ed a loro conto e spese".
Il discrimine fra ciò che è da considerare "testo di un atto ufficiale della PA" e "opera dell'ingegno prodotta dalla PA" non è molto chiaro, e di certo il legislatore del 1941 avrebbe potuto spendere qualche parola in più per chiarire questa distinzione. E la giurisprudenza dal canto suo non sembra essere d'aiuto con decisioni rilevanti.
Dunque la questione meriterebbe certamente una riflessione più approfondita di quella che ho potuto fare ora per redigere questo breve articolo. Ma intanto mi sembrava utile iniziare a dare il la per un dibattito con altri giuristi interessati alla materia.

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NOTE:
1) A titolo di esempio si legga la nota di copyright che compare sul sito del Comune di Storo (TN) che appunto richiama l'art. 5 LDA: www.comune.storo.tn.it/node/15.
2) Si tenga presente che, a stemperare il disposto dell'art. 11 LDA, soccorre l'art. 29 che abbrevia la durata dei diritti a 20 anni: "La durata dei diritti esclusivi di utilizzazione economica spettanti, a termine dell'art. 11, alle amministrazioni dello stato, alle provincie, ai comuni, alle accademie, agli enti pubblici culturali [...] è di vent'anni a partire dalla prima pubblicazione, qualunque sia la forma nella quale la pubblicazione è stata effettuata."
3) L'analisi brevemente presentata in questo articolo è proseguita nei giorni successivi alla pubblicazione nella lista della community italiana di OpenStreetMap e specialmente in questi due miei post:
http://lists.openstreetmap.org/pipermail/talk-it/2010-April/015162.html
http://lists.openstreetmap.org/pipermail/talk-it/2010-April/015166.html

mercoledì 31 marzo 2010

Tassa sull'uso del termine "tecnologia"

Sulla falsariga del mio post di qualche mese fa "Tassa sull'uso del termine pirateria", propongo anche una tassa sull'uso del termine "tecnologia".
A farmi venire questo ennesimo inutile prurito intellettuale sono le numerose pubblicità (spesso mascherate da pseudo-articoli di informazione pseudo-scientifica) dei prodotti cosmetici rivolti ad attempate signore dove il concetto di tecnologia è oltremodo abusato.
Mi chiedo... ma che diavolo di *tecnologia* c'è dentro una crema per rassodare le chiappe o nel nuovo tipo di balsamo ultra-districante per capelli secchi?
Mi immagino la signora che si spalma la cremina e nel frattempo i bit passano ad alta velocità tra i circuiti di silicio per diminuire la sua cellulite...
Al massimo la tecnologia ci sarà nei laboratori in cui queste creme vengono prodotte (e anche lì sarebbe tutto da valutare). E non è proprio la stessa cosa.
Oppure basta che una cosa sia fatta con procedimenti tecnologici per poter dire che si tratta di una cosa tecnologica?
Bah. Rispolverando le famose figure retoriche che si studiavano al liceo è una bella sineddoche.
Non sarebbe meglio parlare di chimica o al massimo di biologia? Probabilmente non è così indicato a livello di marketing: "tecnologia" fa fico, "chimica" fa paura e incute diffidenza... e "biologia" probabilmente fa venire in mente la verdura coltivata in agriturismo.
Lo so, lo so non è altro che uno di quegli attacchi di pedanteria terminologica che spesso mi prendono... Chiedo scusa.

martedì 19 gennaio 2010

Contenuti aperti, beni comuni. Il libro del PAAL 2008.



Finalmente dopo mesi e mesi di gestazione (una gestazione un po' lunga, ma che ha incontrato problemi di varia natura che non è il caso di approfondire qui) ecco che è possibile scaricare online il libro "Contenuti aperti, beni comuni": opera per l'editore McGrawHill che pubblica i contributi del convegno PAAL 2008 tenutosi a Pula, fra cui anche un mio capitolo su "Copyleft e banche dati".
In quarta di copertina noto con piacere un'annotazione che recita: "Coerentemente con gli argomenti e lo scopo del libro, questo è edito con licenza Creative Commons per permettere la massima diffusione della conoscenza contenuta"; il libro è infatti rilasciato con licenza CC by-nc-sa.
Un'occasione in più per dimostrare che anche l'editoria -per così dire- "che conta" può sposare il modello delle licenze di libera distribuzione.
Trovate il PDF integrale del libro qui: www.copyleft-italia.it/contenutibeni.
Buona lettura e buona condivisione a tutti!