martedì 11 ottobre 2011

Tutto, ma davvero tutto, sugli aspetti legali dell'open source

E' con grande piacere che annuncio l'uscita di un libro di respiro internazionale a cui ho avuto il piacere di partecipare come autore con l'amico e collega Carlo Piana.

Si intitola "The International Free and Open Source Software Law Book", è curato da Shane Coughlan, Ywein Van den Brande, Till Jaeger ed è il primo libro al mondo che fornisce una panoramica completa e davvero internazionale degli aspetti legali relativi al software libero e open source.
Scritto in inglese ed edito da una casa editrice tedesca che pubblica opere con licenze libere, il libro contiene un capitolo per ciascun contesto nazionale coinvolto nell'analisi giuridica: Belgio, Cina, Finlandia, Francia, Germania, Israele, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti.
Il libro è disponibile sotto licenza Creative Commons (by-nd 3.0 unported) sia in versione cartacea qui:
https://www.opensourcepress.de/index.php?26&tt_products=322
sia in versione digitale qui: http://http://ifosslawbook.org/.
Diffondete la notizia e, se ne avete potere, fate ordinare il cartaceo alle vostre biblioteche.

martedì 2 agosto 2011

Ancora San Francisco

Come alcuni già sanno, dopo un po' di peripezie burocratiche sono riuscito ad organizzare una seconda esperienza di ricerca all'estero; sempre a San Francisco (città che mi ha effettivamente "stregato"), ma questa volta presso un ente un po' insolito rispetto al mio background.

Sarò là dal 4 agosto al 6 ottobre e svolgerò attività di studio e ricerca come volunteer dell'Exploratorium, uno dei più originali e interessanti musei della scienza di tutto il pianeta. Un'esperienza abbastanza nuova per me che spero possa ampliare il mio range di competenze.
Come già fu per il viaggio di quest'inverno, anche questa volta sarò comunque raggiungibile costantemente via internet attraverso i consueti canali; e cercherò di fornire qualche aggiornamento su questo mio secondo (in realtà terzo) soggiorno americano attraverso il blog e i social network.
Tra l'altro molta gente mi ha detto di essere da quelle parti per vacanza. Sicuramente avrò piacere di incontrarvi e mostrarvi un po' la città, quindi se siete in zona avvisatemi per tempo e vi fornirò i miei recapiti locali. Anche questa volta sarò disponibile (salvo problemi di fuso orario) anche per incontri e presentazioni in videoconferenza.
Invece per qualsiasi collaborazione o contatto che richieda la mia presenza reale e non virtuale, vi prego di aspettare la seconda settimana di ottobre quando sarò rientrato e avrò riassorbito il jet-leg.

giovedì 24 marzo 2011

Una ricerca su alcuni aspetti sociologici del diritto d’autore nell’era digitale

* articolo uscito su ArciReport (anno IX, n.11, 21 marzo 2011)
sito web: www.arci.it/arci_report/
licenza: Creative Commons by-nc-sa 2.5 Italia



Simone Aliprandi, responsabile del progetto Copyleft-Italia.it e autore di alcuni libri divulgativi sulla cultura open (fra cui un manuale sulle licenze Creative Commons, promosso dall'Arci), è attualmente impegnato in una interessante ricerca nell'ambito del suo dottorato presso l'Università Bicocca di Milano. Si tratta di una survey mirata ad approfondire alcuni aspetti sociologici e psicosociali relativamente al diritto d'autore, tema di cui Aliprandi si è sempre occupato nella sua attività di divulgazione e di consulenza legale. Attraverso un questionario online accessibile a chiunque e da compilare in forma completamente anonima, cerca di indagare in che modo gli utenti della rete di oggi si approcciano al problema del diritto d'autore: un problema che tocca ormai chiunque sia attivo in rete e non più strettamente gli addetti ai lavori (avvocati, editori, produttori) come invece succedeva appena prima dell'avvento di internet e delle tecnologie digitali.
La ricerca si divide in quattro parti.
La prima è dedicata ai comportamenti più comuni degli utenti, ovvero come solitamente gli utenti si comportano quando devono acquisire o diffondere materiali coperti da diritto d'autore. La seconda è invece dedicata alla percezione sociale, cioè a come gli utenti della rete percepiscono il problema del diritto d'autore (se lo sentono come un problema importante o secondario, come un elemento utile o solamente fastidioso etc.). La terza parte si interessa invece di approfondire il livello di consapevolezza degli utenti, così da capire quanto effettivamente essi siano informati sull'argomento. Vi è infine una quarta e ultima parte rivolta più che altro agli utenti ‘attivi’, nel senso di persone che oltre ad essere fruitori di contenuti creativi ne sono anche produttori.
Questa ricerca si pone come una delle prime al mondo ad indagare il diritto d'autore con gli strumenti tipici delle scienze sociali (e quindi non solo come fenomeno giuridico o economico) ed è ancora possibile parteciparvi. Inoltre i risultati e l'intera tesi da essi dedotta verranno diffusi in modalità open access.
La compilazione del questionario dura solo una quindicina di minuti e sarà aperta ancora per qualche settimana a questo link: www.aliprandi.org/it/survey.

venerdì 18 marzo 2011

Nota pedante per chi scrive sul tema "Creative Commons"

Negli articoli in cui si parla di Creative Commons che ormai popolano la rete e anche le testate cartacee, vedo che si fa una gran confusione nell'uso degli articoli. Le opzioni possibili sono:
1) Creative Commons
2) le Creative Commons
3) i creative commons
Quando diciamo "Creative Commons" senza articolo e con le lettere maiuscole (o al massimo con l'articolo "la") ci riferiamo all'ente associativo non-profit che ha sede a San Francisco (a breve Mountain View). A volte, quando ci si limita al contesto italiano, ci si può riferire a "Creative Commons Italia", tenendo però presente sempre che NON ESISTE un ente chiamato "Creative Commons Italia", ma solo un gruppo di lavoro di volontari che fa capo al Centro Nexa del Politecnico di Torino (secondo la terminologia ufficiale, il Centro Nexa è una "affiliate institution" di Creative Commons).
Quando invece parliamo di "le Creative Commons" (con l'articolo femminile) stiamo parlando delle licenze promosse da questo ente. A mio avviso gran parte degli articoli dovrebbe usare questa forma perchè, salvo casi in cui ci si riferisca a qualche attività/iniziativa promossa dall'ente, sono le licenze le vere protagoniste del dibattito.
Quando infine parliamo di "i creative commons" stiamo parlando genericamente di "beni comuni di tipo creativo" e in questo caso sarebbe più appropriato usare la iniziali minuscole (e non "i Creative Commons"). Questa forma è a mio avviso da usare solo in casi in cui ci si accinga a riflessioni teoriche sul concetto di "commons" (cioè in questo senso: http://en.wikipedia.org/wiki/Commons).
Giusto per spaccare il capello in 16.

lunedì 7 marzo 2011

Picchiare l'hardware per punire il software... e comprarli nuovi entrambi!

Quando una "macchina" non funziona come dovrebbe, ci si innervosisce. E' inutile negarlo. E c'è chi sfoga il suo nervosismo con la violenza sugli oggetti. Cosa inutile, stupidissima, ma che dà una certa soddisfazione.
Nella maggior parte dei casi, i mal funzionamenti derivano da un problema nel software e non nell'hardware.
Non potendo picchiare un software, si picchia l'hardware. L'effetto è che spesso si rompe l'hardware; mentre il software (vero colpevole) non si fa nulla.
Quindi siamo costretti a comprare un nuovo hardware... E qui c'è la beffa!! Ovvero ci costringono a comprare anche un nuovo software... spesso identico a quello che avremmo tanto voluto picchiare.
Noi abbassiamo la testa e accettiamo la cosa, perchè nella maggior parte dei casi non abbiamo alternative.
E intanto i produttori (sia di software che di hardware) se la ridono di gusto.

giovedì 24 febbraio 2011

La causa contro la Simpaticoni Editori: puntata 0

Riporto sotto forma di articolo per il blog la post-fazione del mio libro "Apriti standard!" uscito nell'autunno dell 2010 e disponibile online qui: www.aliprandi.org/apriti-standard.
Seguiranno -come promesso- aggiornamenti sulla vicenda.

Questo libro, uscito definitivamente ad ottobre 2010 per la casa editrice Ledizioni, in realtà avrebbe dovuto essere presentato in anteprima alla metà di giugno 2010 ed essere commercializzato nel catalogo di un “grande” editore italiano. Non è il caso citare di chi si tratti ma si consideri che è uno dei massimi editori italiani in fatto di editoria tecnica e scientifica: di seguito lo chiameremo simbolicamente “Simpaticoni Editore”.
Sono entrato in contatto con i responsabili della Simpaticoni Editore già nel marzo 2009 presentando la mia idea di pubblicazione e facendo presente fin dal nostro primo incontro che si sarebbe trattato di un libro da pubblicare con licenza Creative Commons, sia per un motivo etico (ovvero la coerenza con gli argomenti in esso trattati) sia per un motivo giuridico (dato che nel libro sarebbero comparse diverse parti già pubblicate con tale licenza).
I due responsabili della Simpaticoni Editore hanno fin da subito mostrato di sapere di cosa si trattava (cosa non così frequente fra gli editori italiani) e che la mia richiesta non avrebbe creato alcun problema. Anzi, uno di loro ha proposto di mantenere comunque una royalty a mio favore nonostante l'applicazione della licenza CC. Da ciò ho iniziato a pensare che queste persone non erano solo “simpaticoni” di nome ma anche simpatiche nella realtà. Ho anche iniziato a vedere un sogno realizzarsi: essere il primo italiano a portare il modello opencontent nell'editoria che conta, uscendo dalla nicchia delle piccole case editrici che fino a quel momento avevano sperimentato quel tipo di modello di gestione dei diritti d'autore.
Il libro è così entrato in lavorazione, portandomi via molto tempo e assorbendo molte delle mie risorse; ma nonostante i mesi trascorressero inesorabili, ogni volta che chiedevo di formalizzare quell'accordo verbale in un vero e proprio contratto di edizione che contemplasse l'applicazione della licenza CC, ricevevo risposte evasive e nello stesso tempo le classiche rassicurazioni del tipo: “non si preoccupi, stia tranquillo, prima pensiamo alla stesura del libro e poi formalizzeremo il tutto”. Anche se la mia parte più avvocatesca mi rimproverava e mi redarguiva spesso, sono andato avanti nel lavoro facendo affidamento su quelle loro rassicurazioni inviatemi in varie email.
A libro finito e pronto per l'impaginazione definitiva, con tanto di copertina già realizzata, codice ISBN già assegnato e presentazione già organizzata, ho chiesto di formalizzare finalmente l'accordo tanto atteso e tanto procrastinato. La risposta è stata qualcosa come: “ci spiace ma dai piani alti dell'azienda ci è stato comunicato che l'applicazione di una licenza CC è incompatibile con le policy della casa editrice. Dovremmo pubblicarlo con un normale copyright”.
Ovviamente sono stati inutili i miei tentativi di spiegare, anzi ribadire, il concetto per cui, arrivati a quel punto, ormai l'applicazione della licenza non era tanto un mio vezzo da autore idealista ma un onere giuridico (a meno di rieditare due interi capitoli e perdere altri mesi di lavoro). Nulla da fare; il no ricevuto era un no secco, incondizionato, confermato anche dopo una mia lettera di formale diffida.
Il sogno era finito e sono tornato di colpo alla grigia realtà dell'editoria italiana, particolarmente conservatrice, e innovatrice solo quando si tratta di presenziare a fiere e convegni in tema di nuove tecnologie.
Morale della favola: il libro è stato rieditato nuovamente per poter essere inserito nel catalogo di un'altra casa editrice, questa volta innovatrice davvero e non solo sulla carta (Ledizioni, che ringrazio per la disponibilità subito dimostrata); e nel frattempo mi sono attivato presso i miei legali per avviare un'azione legale per responsabilità pre-contrattuale contro la Simpaticoni Editore.

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Con piacere vedo che il giorno 26 aprile 2011 questo articolo è stato ripreso (ripubblicato e commentato) dall'interessante blog Scrittori in causa.

martedì 25 gennaio 2011

Copyleft-Italia cerca collaboratori per progetti in lingua inglese

Il Progetto Copyleft-Italia.it cerca collaboratori che abbiano buona conoscenza della lingua inglese scritta per l'aggiornamento di progetti pre-esistenti e l'avviamento di alcuni progetti nuovi. Titoli preferenziali sono periodi di studi all'estero in paesi anglofoni, una minima comprensione del linguaggio giuridico-economico e una generale dimestichezza con le tecnologie informatiche e telematiche. I candidati devono essere dotati oltre che di tali competenze anche di spirito di collaborazione, elasticità e motivazione verso i principi di condivisione della conoscenza di cui Copyleft-Italia si fa portavoce.
Altro requisito è la disponibilità a lavorare in modalità remota, con incontri organizzativi virtuali in videoconferenza e consegne attribuite via email.
L'offerta è ovviamente rivolta ad ambo i sessi e potrà valere ai fini di stage universitario, compatibilmente con i requisiti imposti dalle singole università di provenienza.
Gli interessati possono inviare breve curriculum all'indirizzo info [at] copyleft-italia.it.

lunedì 24 gennaio 2011

Procedura in caso di violazione di una licenza

Riporto sotto forma di articolo un post da me scritto per la lista CC-it il 17 gennaio 2011*, visto l'interesse che ha destato (e che può destare anche fuori dalla mera cerchia della lista).
Premessa: si tratta ovviamente di un post con spirito volutamente provocatorio e con l'obbiettivo di svegliare dal "sonno dommatico" coloro che pensano che le licenze di libera distribuzione (Creative Commons e simili) siano uno strumento di particolare *tutela* delle proprie opere invece che uno strumento per *gestirne* i diritti di utilizzazione.
In sostanza, ad un membro della lista che aveva lamentato la violazione di una licenza CC applicata ad una sua opera da parte di un sito web (che appunto l'aveva ripubblicata senza rispettare le condizioni della licenza), proponevo la seguente procedura.

Step 1: acquisire una prova incontrovertibile dell'avvenuta violazione;
Step 2: contattare privatamente il responsabile della violazione chiedendo la rimozione e il risarcimento del danno;
Step 3: pregare che la questione si risolva così
- in mancanza di esiti soddisfacenti -
Step 4: rivolgersi ad un avvocato con l'intento di avviare una causa;
Step 5: sentirsi dire dall'avvocato che in realtà non ne vale la pena;
Step 6: pagare l'avvocato per tale parere;
Step 7: tornare a casa e progettare di tagliare le gomme dell'auto sia all'avvocato che al responsabile della violazione;
Step 8: realizzare che ciò è un reato e potrebbe solo peggiorare la situazione;
Step 9: abbandonare ogni proposito e farsene una ragione.

Giustamente qualcuno in lista faceva poi notare che questa procedura è identica anche per i casi in cui il copyright sia violato senza la presenza di una licenza e l'entità della violazione sia di modesta entità da non rendere economicamente sostenibile una vera e propria controvesia legale.
Infatti! E' proprio lì il punto cruciale: iniziare a capire che, dal punto di vista dell'enforcement, le licenze open funzionano sulla base dei normali meccanismi del diritto d'autore.

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* qui trovate l'intero thread della discussione in lista

venerdì 21 gennaio 2011

Quella fibra che c'è ma non si vede... ma soprattutto non si usa

Riguardo al tema (che ogni tanto torna in voga) della cablatura in fibra ottica delle città italiane, io ho da raccontare la situazione della mia città, che credo sia simile a quella di molte altre; dunque vorrei confrontarmi con altre persone magari anche più esperte di me sull'argomento.
Io sono di Lodi, ridente (non molto) cittadina agricola del sud-Milano con 40mila anime circa.
Alla fine degli anni 90 le strade della città sono state scoperchiate (creando -ricordo- non pochi disagi alla circolazione stradale per qualche mese) per la cablatura in fibra ottica. All'epoca ci dissero che lo scopo sarebbe stato portare una nuova forma di TV via cavo,
fichissima e modernissima, come quella che hanno gli americani... e bla bla bla... Ci si riferiva ovviamente alla fantomatica Stream TV.
Quando arrivarono davanti a casa mia con i lavori di cablatura, ci chiesero di lasciarli entrare nel giardino per portare i cavi fino all'abitazione (che appunto, considerato il giardino e il maciapiede, dista circa 14 metri dalla strada). Quando capimmo che ciò comportava dover rovinare parte del verde (sistemato da poco) e anche parte del viale in porfido, mettemmo la firma sulla voce "NO GRAZIE". Ovviamente loro cercarono di dirci "ma poi come farete?!? Sarete gli unici a non poter vedere questa TV fichissima e modernissima... e bla bla bla!" E noi rispondemmo che non era un problema e ci saremmo accontentati della TV via satellite.
Qualche anno dopo arrivò la notizia che Strem TV era confluita in Sky e che Murdock aveva deciso di far convergere tutti gli utenti sul satellite. Gli abbonati Stream vennero dotati gratuitamente della parabola e del nuovo decoder e nessuno si lamentò più di tanto...
Ma domanda: tutto il caos e il disagio tirati in piedi in città per mesi chi è che lo risarcisce ai cittadini?!? Nessuno. "Ma almeno - pensai ingenuamente - adesso abbiamo la città cabalta in fibra ottica!".
Nel 2004 o 2005 infatti arrivano le prime pubblicità con scritto "Fastweb è arrivata a Lodi!" e io tutto contento chiamo il call-center per fare l'abbonamento. E cosa mi sento dire?!? "Fastweb a Lodi per ora è solo in ADSL (7 mega)".
Oggi siamo nel 2011 e l'ADSL è sempre quella a 7 mega che passa sui vecchi cavi arrugginiti di Telecom; e le fibre che ci sono sottoterra non si è ancora capito di chi sono e soprattutto se sono ancora utilizzabili. Il colmo sarebbe che un giorno qualcuno che voglia
portare Internet su fibra a Lodi debba rimettersi a spaccare la città.
A tal punto mi verrà voglia di spaccare la testa a qualcuno.
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