lunedì 27 febbraio 2012

De-formazione forense

Ricevo la newsletter della Cassa Forense e vi trovo un articolo a firma dell'Avvocato Giovanni Cerri che solleva (o forse risolleva) la questione della formazione continua per gli avvocati. Il collega fa giustamente notare che "sappiamo bene che un precetto senza (sostanziale) sanzione è un non senso, una bella incompiuta se vogliamo".
Pare infatti che siano davvero molti i colleghi che non hanno rispettato i parametri imposti dal regolamento... senza però essere mai incorsi in concrete sanzioni. Non solo: nel 2011 sono state concesse alcune proroghe per consentire ai ritardatari di recuperare i crediti relativi al primo triennio (sperimentale).
Giustamente il collega che scrive si chiede come possa migliorare la situazione visto che il regime sperimentale è finito e ora il numero di crediti formativi da ottenere è ancora maggiore. Andremo avanti a proroghe? Le proroghe sono una beffa ingiusta per coloro che invece si sono dati da fare per rispettare i tempi.
Diciamola in modo molto schietto: l'idea di un obbligo formativo è legittima e utile, ma i crediti da ottenere sono eccessivi. Se fossero la metà sarebbero più che sufficienti a mantenere attivo il cervello dei professionisti. Per com'è ora, la formazione sembra solo un altro bastone tra le ruote per lo svolgimento della professione, specie per i più giovani per i quali la cosa risulta più costosa nonchè insensata (essendo loro i più freschi di studi).

domenica 19 febbraio 2012

Come redigere un bando pubblico in ambito di ricerca scientifica

UN UTILE TUTORIAL AD USO DEI RESPONSABILI DELLE STRUTTURE DI RICERCA PUBBLICHE ITALIANE

Versione ufficiale.
Compiere un'analisi degli obbiettivi che si vogliono raggiungere nell'ambito del progetto di ricerca e delle esigenze specifiche cui la posizione bandita dovrà rispondere. Individuare le caratteristiche curriculari, le competenze specifiche e l'expertise che il candidato ideale deve avere ed indicarli come requisiti per la partecipazione al bando. Cercare un adeguato bilanciamento tra il peso della valutazione dei titoli presentati dal candidato e il peso dell'esito del colloquio; esplicitare le modalità di svolgimento del colloquio e possibilmente indicare le materie su cui verteranno eventuali domande.
Completare il resto del bando con le formule di rito che la legge impone a garanzia del corretto svolgimento di questo tipo di selezioni basate su fondi pubblici.

Versione ufficiosa/reale.
Individuare innanzitutto il candidato cui si vuole affidare l'incarico, possibilmente tra coloro che già collaborano con la struttura (o addirittura con lo specifico docente/ricercatore di ruolo) responsabile del bando. In caso di più persone che possono rivelarsi interessate alla stessa posizione, è consigliabile scegliere non la più competente, talentuosa e promettente, bensì quella che si é mostrata fino a questo momento la più servizievole, inquadrata/inquadrabile, nonchè disponibile a svolgere attività non strettamente legate alla ricerca. Farsi consegnare un curriculum dettagliato da questa persona e redigere i requisiti di partecipazione al bando sulla falsariga dei titoli da lui posseduti. Consigliabile intitolare il progetto di ricerca bandito in modo che sia estremamente simile al titolo della tesi di laurea o tesi di dottorato o specifica pubblicazione (a seconda dei casi) del soggetto prescelto. In previsione della malaugurata ipotesi in cui si presenti qualche altro scocciatore dotato di tali requisiti formali, specificare nel bando che nella selezione il peso maggiore sarà riservato all'esito del colloquio piuttosto che alla valutazione dei titoli; rimanere vaghi sulle modalità di svolgimento del colloquio.
Completare il resto del bando con le formule di rito che la legge (fastidiosa e invadente come solo lei sa essere) impone a garanzia del corretto svolgimento di questo tipo di selezioni basate su fondi pubblici.

sabato 11 febbraio 2012

La ritrosia verso la tecnologia: un vero cancro

Tizio Dei Tizi è un professore ordinario in una prestigiosa università pubblica del Nord Italia. Ha 68 anni ed è stato da poco nominato preside di facoltà. Tra circa 7 anni andrà in pensione, ma ha già trovato il modo di assicurarsi alcuni incarichi accademici anche dopo i 75 anni.
Lui non usa il computer, nemmeno per la posta elettronica o per scrivere brevi lettere; e comunque non saprebbe nemmeno inserire la carta nella stampante. Non ha mai imparato, troppo preso in questioni ben più importanti ed intellettualmente più elevate che imparare certe cose da comuni mortali.
Poi, in fondo, qual è il problema? Nessuno; tanto c'è la segretaria di dipartimento che si presta a scrivere sotto dettatura qualsiasi cosa, o addirittura a trascrivere interi articoli, documenti e delibere scritti a penna dal professore.
E' lei ad avere le password della posta elettronica del professore e a gestire in sua vece ogni comunicazione. Il che significa che ogni volta che arriva un messaggio la segretaria lo stampa e lo porta di persona sulla scrivania del professore che può leggerlo con tutta calma e poi buttarlo nel grosso e sempre pieno bidone della carta da buttare. E se il messaggio richiede una certa urgenza, allora lei si preoccupa di telefonare al professore per leggergli a voce il messaggio, e ovviamente lo chiama sul cellulare perchè lui non può mica permettersi di essere sempre in istituto; in fondo ha anche uno studio professionale da mandare avanti... A volte lui stesso si confonde tra lo studio e l'istituto, perchè in studio a volte ci sono i dottorandi e gli assegnisti che lavorano su pratiche di consulenza professionale, mentre in istituto ci sono i praticanti dello studio che lavorano sugli atti dell'ultimo convengo e impaginano le bozze delle locandine.
Ma tornando alla questione dell'uso del computer... ci si chiede: è ancora accettabile? L'uso del computer a livello minimo (posta elettronica, navigazione e videoscrittura) è ormai nell'uso comune da più di 15 anni. Quindi benchè sia comprensibile una certa difficoltà da parte dei più anziani ad avvicinarsi alle nuove tecnologie, non è accettabile un loro arroccamento conservatore e snob verso la tecnologia, che cela solo pigrizia, rigidità mentale e ritrosia a sporcarsi le mani.
Quello che mi viene da chiedere, specie in un periodo di austerity come questo, è quanti soldi vanno sprecati per sostenere l'attività di questo autorevole (???) esponente del mondo scientifico italiano che ho qui chiamato Tizio Dei Tizi? Ore di lavoro di una segretaria che da segretaria di dipartimento diventa sostanzialmente una segretaria personale; carta e inchiostro per stampare comunicazioni che non è necessario stampare; telefonate su numeri privati che si potrebbero evitare; brutte commistioni tra collaboratori privati e "mano d'opera intellettuale" pagata invece con fondi di ricerca (e che quindi dovrebbe occuparsi di progetti di ricerca e non di attività di consulenza per uno studio professionale). E' davvero ora di finirla.
Se togliamo la questione dell'uso di dottorandi e assegnisti di ricerca a scopi privati (che è in effetti la cosa più vomitevole) e rimaniamo sull'aspetto della sola ritrosia verso l'uso delle tecnologie, si potrebbe fare lo stesso ragionamento per il mondo della giustizia e della pubblica amministrazione in generale. Quanti giudici e quanti dirigenti sono nelle stesse condizioni? Quante le risorse sprecate a causa del loro "ah io il computer non lo uso"??
Ora, la soluzione semplicistica sarebbe il classico "tutti a casa e largo ai giovani" (che a me non scandalizza nemmeno molto). Ma ce ne potrebbero essere alcune intermedie e meno destabilizzanti socialmente.
Ad esempio, proviamo ad imporre per legge il superamento di un'idoneità di informatica base A TUTTI, anche a chi sta nei piani alti (bisogna iniziare a capire e a far capire che in questo momento storico nessuno è intoccabile). Chi non la supera o non intende sostenerla, subisce automaticamente un congruo decurtamento dello stipendio. Con le somme così risparmiate si potranno pagare le risorse (umane e tecniche) per colmare il ritardo tecnologico di questa gente.
Non possiamo più permetterci di giustificare nè di sottovalutare.

(ispirato ad una storia vera. anzi, a troppe storie vere)