venerdì 29 marzo 2013

Open access: la chiave è invertire la prospettiva

Riporto qui sul mio blog il video integrale del convegno "Open access: il sapere libero" tenutosi giovedì 21 marzo 2013 alla Scuola Normale Superiore di Pisa, con lo scopo di promuovere anche attraverso i miei canali la riflessione e la divulgazione su un tema centrale per la società dell'informazione.
Dobbiamo superare il più presto possibile il sistema di editoria scientifica tradizionale, improntato su meccanismi tipici del mondo pre-digitale. Il valore scientifico di una pubblicazione non può dipendere dal prestigio dell'editore che la pubblica. Al massimo è il contrario: è il prestigio di un editore che dipende dal valore scientifico dei contenuti che pubblica. Invertire la prospettiva è la chiave di tutto, a mio avviso.

Ecco il video (rilasciato con licenza CC by); relatori: Francesca Di Donato, Maria Chiara Pievatolo, Andrea Zanni.



Le università rappresentano oggi i principali "produttori" e "consumatori" della ricerca scientifica: gli articoli di ricerca vengono pubblicati sulle riviste scientifiche, che sono poi consultate dagli stessi ricercatori per rimanere aggiornati sui principali risultati ottenuti nel mondo.
Tuttavia, tra la produzione e l'utilizzo si inseriscono gli editori, che - pur non producendo contenuti - richiedono tariffe consistenti per l'accesso alle riviste. In passato il ruolo svolto dagli editori è stato essenziale alla diffusione della conoscenza, ma questi costi elevatissimi sono tuttora giustificati? Il mondo accademico della ricerca si sta interrogando proprio su questo.
Poco più di anno fa dalle critiche di Tim Gowers, matematico vincitore della medaglia Fields, è nato "The Cost of Knowledge", una protesta contro i costi eccessivi e le politiche editoriali di Elsevier, uno dei principali editori accademici. Anche università ricche come Harvard hanno dichiarato che la situazione attuale è insostenibile. L'Open Access rappresenta un modello alternativo per la diffusione dei risultati prodotti dalle Università, attraverso il quale gli articoli di ricerca sono liberamente disponibili, senza costi d'accesso. Attualmente esistono riviste che non richiedono costi per la consultazione degli articoli (anche se spesso la spesa viene sostenuta dagli autori in fase di pubblicazione), così come archivi di preprint, come arXiv.org, ampiamente usato per la fisica e la matematica.
Il Forum degli Allievi propone una riflessione sul tema dell'accesso aperto alla letteratura scientifica, sulla situazione dell'editoria accademica e su come questa si stia evolvendo negli ultimi anni.

giovedì 28 marzo 2013

Prova della paternità di un'opera. Alternative al deposito SIAE?

PREMESSA
A scanso di equivoci, tengo a precisare fin dall'inizio alcuni concetti essenziali che, se fraintesi, diventano l'origine dei più goffi equivoci in materia di diritto d'autore.
Formalità come il deposito SIAE e la marcatura temporale (che confronteremo in questo articolo), ma anche come la presa in deposito da parte di un notaio, la protocollazione di un documento da parte di una pubblica amministrazione, l'autoinvio di un plico con timbro postale, etc. SONO SOLO PRECAUZIONI per assicurarsi una solida prova di anteriorità nel malaugurato caso in cui qualche furbetto voglia spacciare per sua una nostra opera. In altre parole, si tratta di meccanismi che, nell'ambito di un accertamento sulla paternità di un'opera, permettono al legittimo autore di dimostrare di essere arrivato prima di tutti gli altri pretendenti. Tuttavia, non sono questi procedimenti a far nascere i diritti d'autore, i quali infatti (per effetto dell'art. 6 legge 633/41) sorgono in capo all'autore all'atto dell'estrinsecazione dell'idea creativa.

LA VALIDITA' DELLA MARCATURA TEMPORALE
In occasione della rubrica "Chiedilo all'avvocato" da me curata per il sito Rockit.it, un utente ha chiesto:
- Ho avuto modo di sperimentare sistemi “alternativi” di deposito di opere come ad esempio Patamu o Copyzero Online. Come funzionano e che validità hanno?
Ripropongo qui la mia risposta (puntata n. 8).
- Questi sistemi funzionano sulla base della cosiddetta marcatura temporale di file, ovvero quel procedimento digitale che permette di inserire all'interno di qualsiasi file una stringa di metadati indicante una data certa. Si tratta quindi di un modo per dimostrare che un determinato file è effettivamente esistito ad una determinata data (e ora).
In realtà è una cosa che ormai possiamo fare tutti, anche senza il tramite di soggetti esterni; basta dotarsi di un dispositivo di firma digitale e di marcatura temporale (o anche di una casella PEC), contrassegnare il file con la data certa, conservarlo e “sfoderarlo” come prova in caso di una controversia sulla titolarità dei diritti.
Sistemi come Patamu, Copyzero Online e simili non fanno altro che apporre al posto nostro la marca temporale, e restituirci il file. Sta poi a noi conservarlo e presentarlo come prova al giudice nel caso di controversia legale. Niente di più. Un simile risultato è ottenibile attraverso l'autoinvio di un messaggio PEC (con ricevuta completa) contenente in allegati i file delle opere da datare. Quello che però è importante sempre ricordare è che non sono questi sistemi a far nascere i nostri diritti d'autore. I diritti nascono e sono tutelabili fin dall'atto della creazione dell'opera; questi sistemi non fanno altro che darci uno strumento di prova in più in caso di controversia sulla paternità.

DIFFERENZA CON IL DEPOSITO SIAE
Nella successiva puntata 9 ho dato invece risposta al seguente quesito:
- Che differenza c'è tra i vari sistemi di deposito digitale di opere (come Patamu, Copyzero Online e simili) e il deposito in SIAE?
- [risposta] Oltre a quanto abbiamo già detto nella puntata precedente, la differenza più vistosa è il prezzo: non meno di 65 euro a deposito nel caso di deposito SIAE; zero o solo pochi euro nel caso di questi servizi – per così dire – alternativi.
Dal punto di vista più strettamente giuridico una differenza di fondo è innanzitutto che quei sistemi non realizzano un vero e proprio deposito. Infatti, come abbiamo già spiegato, non fanno altro che apporre una marcatura temporale e restituirci il file. Un'altra differenza sta nel fatto che questi sistemi sono gestiti da soggetti privati mentre il deposito SIAE è gestito da un ente pubblico (che tra l'altro è preposto per legge ad attività di controllo e gestione del diritto d'autore). Detto questo, visto che la funzione di tutti questi sistemi (marcatura temporale digitale o deposito SIAE) è semplicemente quella di avere una datazione certa di un'opera e di fornire al titolare dei diritti un mezzo di prova, di fatto non vi è grande differenza tra i vari sistemi; anche perché la marcatura temporale viene sempre e comunque validata da un ente certificatore pubblico.

UN VIDEO ESPLICATIVO
Questi concetti sono spiegati in modo chiaro ed efficace in un video divulgativo realizzato da Christian Biasco nel 2007. Il video è ancora validissimo, salvo qualche piccolo aggiornamento (come i costi delle marche temporali, i software utilizzati per la firma digitale...). Dal punto di vista concettuale, richiede però una precisazione. Il video parla di "metodo Copyzero" poichè all'epoca del video "Copyzero" era l'unico sistema disponibile nel suo genere. Nel giro di pochi anni, però, sono comparsi altri sistemi simili. E poi in generale, come abbiamo spiegato, la marcatura temporale è un sistema preesistente a Copyzero, a Patamu (in altre parole... non sono stati loro ad inventarla, quindi appare un po' eccessivo parlare di "metodo Copyzero" o "metodo Patamu").

Ecco il video "Diritti d'autore creativi".

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lunedì 18 marzo 2013

Il principio dell'open by default: alcune perplessità tecnico-giuridiche

Oggi è il 18 marzo e domani finalmente diventa operativo a tutti gli effetti (per il passaggio dei 90 giorni previsti dalla legge dalla data di approvazione della riforma) il principio dell'open by default in materia di dati pubblici.
Si tratta di un principio derivante dal combinato disposto degli articoli 52 e 68 del Codice Amministrazione Digitale (CAD).

L'articolo 52 dispone infatti al comma 2 che
I dati e i documenti che le amministrazioni titolari pubblicano, con qualsiasi modalità, senza l'espressa adozione di una licenza di cui all'articolo 2, comma 1, lettera h), del decreto legislativo 24 gennaio 2006, n. 36, si intendono rilasciati come dati di tipo aperto ai sensi all'articolo 68, comma 3, del presente Codice.
Mentre l'articolo 68, comma 3 (espressamente richiamato) fornisce la definizione del concetto di "dati di tipo aperto":
sono dati di tipo aperto, i dati che presentano le seguenti caratteristiche:
1) sono disponibili secondo i termini di una licenza che ne permetta l'utilizzo da parte di chiunque, anche per finalità commerciali, in formato disaggregato;
2) sono accessibili attraverso le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, ivi comprese le reti telematiche pubbliche e private, in formati aperti ai sensi della lettera a), sono adatti all'utilizzo automatico da parte di programmi per elaboratori e sono provvisti dei relativi metadati;
3) sono resi disponibili gratuitamente attraverso le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, ivi comprese le reti telematiche pubbliche e private, oppure sono resi disponibili ai costi marginali sostenuti per la loro riproduzione e divulgazione. [...]
Soffermiamoci sul punto 1 di questa definizione. Vi è un chiaro riferimento a concetto di licenza. Ne deriva quindi che, in sostanza, se una pubblica amministrazione non applica una specifica licenza ai suoi dati, l'ordinamento considera tali dati come se fossero sotto una licenza di tipo aperto.
"Evviva! - diranno alcuni - Finalmente è arrivato l'open data in Italia!". E io - sia ben chiaro - sono il primo a gioire per questa illuminata innovazione legislativa.

Da giurista mi sento però di sollevare qualche sottile perplessità di tecnica legislativa.
Primo dubbio: Era davvero necessario far riferimento al concetto di licenza? E se proprio vogliamo parlare di licenza, a quale licenza ci riferiamo? Ce ne sono tante, alcune più open altre meno open. Alcune internazionali, altre più "nostrane". E di certo non sono tutte uguali negli effetti.
Secondo dubbio: Non era meglio rimanere più generici nella definizione rendendola quindi più ampia? Ovvero, scrivendo una cosa del genere...
1) sono resi disponibili e utilizzabili da parte di chiunque, anche per finalità commerciali, in formato disaggregato;
L'effetto sarebbe stato lo stesso, ma almeno si sarebbero evitati equivoci sul tipo di licenza... come quelli che ho già sentito circolare.
"Qual è la licenza più coerente con questa definizione?" ci si chiede. "La Creative Commons BY" dicono alcuni, "la Italian OpenData License" dicono altri...
La più libera (ovvero quella che consente una maggiore libertà d'uso dei dati) nonchè quella che creerebbe meno problemi di gestione dei diritti e di compatibilità con altre licenze è la CC0 (Creative Commons Zero), e io sono il primo tra i suoi sostenitori. Se non fosse che... la CC0 tecnicamente non è una licenza. Si tratta infatti di un waiver, ovvero di una dichiarazione pubblica di rinuncia (rinuncia all'esercizio dei diritti di utilizzazione). [per capire meglio questa distinzione si veda questo post].
Quindi... come interpretare la nuova legge? La parola licenza va interpretata in senso stretto o è ammessa anche un'interpretazione estensiva che ricomprenda la CC0 (o eventualmente altro strumento simile)?
IMHO, tutti questi dubbi non avrebbero ragion d'essere se la parola "licenza" non fosse stata citata nel testo della legge. In altre parole... perchè fare riferimento al concetto di licenza (che appunto può essere foriero di equivoci interpretativi) quando non è necessario?
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Aggiornamento del 20 maggio 2013
Questo articolo è stato ispirazione per il mio intervento presso l'evento "L'open source in tour" tenutosi a Vicenza il 16 maggio 2013.

Ecco il filmato dell'intervento e di seguito le slides (nelle quali si trovano anche alcuni aggionamenti rispetto al testo dell'articolo).




Perseverare è Microsoft. A pagare c'è sempre tempo

Basteranno le multe per abuso di posizione dominante a scalfire la convenienza del monopolista che sembra dimenticarsene?

Qualche commento sull'ennesima sanzione a Microsoft per mancato rispetto dei principi sulla libera concorrenza.

Articolo uscito su Apogeonline il 18 marzo 2013.
Leggilo qui.

giovedì 14 marzo 2013

Musica dal vivo: quando non pagare la SIAE


[PREMESSA: questo non è un parere legale, ma solo un articolo di informazione pubblicato a scopo di approfondimento e dibattito pubblico. Si invita quindi il lettore che voglia agire sulla base di quanto qui scritto ad effettuare le opportune verifiche e a chiedere formale consulto ad un avvocato abilitato. Questo articolo ha subito un ultimo fondamentale aggiornamento in data 4 settembre 2013]

Molti musicisti nonchè organizzatori di eventi musicali mi scrivono costantemente facendomi notare l'assurdità del sistema che regola il versamento dei diritti d'autore per eventi di musica dal vivo o comunque eventi e spettacoli che prevedano la riproduzione di musica (quindi anche con DJ, ad esempio). Ci si chiede infatti... perchè si dovrebbe pagare la SIAE per uno spettacolo musicale in cui viene suonata musica non gestita dalla SIAE nè da altra collecting society? Che senso avrebbe? E poi, a chi andrebbero quei diritti?
Rispondo riprendendo un'ottima comunicazione informativa rilasciata dal servizio SeLiLi (sotto licenza CC by) in merito al caso di spettacoli con solo musica Creative Commons. Ma lo stesso ragionamento vale anche per gli eventi e spettacoli con musica interamente in pubblico dominio (vedi la musica classica).
Possiamo dunque dire che il soggetto che intenda organizzare un evento con musica i cui diritti non sono dati in gestione alla collecting society si trova a poter scegliere tra due possibili soluzioni.
1) Egli può decidere di segnalare l’evento alle SIAE, richiedendo all’agente SIAE locale un regolare permesso Spettacoli e Intrattenimenti per la pubblica esecuzione delle opere musicali. In tal caso dovrà lasciare un deposito cauzionale e sarà tenuto a compilare, prima dell’esecuzione o immediatamente dopo, il programma musicale della serata (c.d. Borderò) in cui viene riportata la distinta dei brani eseguiti dal vivo o con strumento meccanico nel corso dell’evento. Egli potrà quindi utilizzare il borderò per dimostrare che nessuna opera amministrata dalla SIAE è stata eseguita nel corso della serata e fare richiesta di restituzione del deposito precedentemente esborsato.
2) In alternativa a questa opzione, l’organizzatore può decidere di non richiedere il permesso e, conseguentemente, di non compilare il borderò: entrambi non sono adempimenti necessari in quanto le opere musicali eseguite nel corso della serata non appartengono al repertorio amministrato dalla SIAE. È possibile che nel corso dell’evento abbia luogo un controllo, in tal caso però graverà sull’incaricato SIAE l’onere di raccogliere prove (registrando la serata, richiedendo informazioni, ecc.) rispetto all’esecuzione di brani amministrati dalla collecting society.
C'è però da segnalare che anche nell'ambito delle informative rilasciate da SeLiLi non c'è uniformità interpretativa su questo tema, che effettivamente si dimostra ostico e oscuro.
La questione di fondo sta tutta nell'art. 51 del regolamento attuativo della legge sul diritto d'autore (R.D. n. 1369 del 1942), che appunto implica l'obbligo di compilare comunque il famoso "borderò SIAE" anche in quei casi in cui non vi siano musiche gestite da SIAE. Tale norma infatti secondo il sito della SIAE risulta tutt'ora in vigore, mentre secondo altre fonti (comunque autorevoli) risulta abrogata.
Io sento di esprimermi per la sua avvenuta abrogazione (per i motivi esposti in quest'altro articolo), dunque l'interpretazione a due opzioni suggerita in origine da SeLiLi rimarrebbe a mio avviso quella più valida.

Ad ogni modo, al di là di queste considerazioni di ermeneutica giuridica, nella maggior parte dei casi a prevalere è un atteggiamento di iper-prudenza.
Infatti, tendenzialmente, i gestori dei locali e gli organizzatori di eventi musicali, non avendo ben chiare queste due possibilità, preferiscono comunque adeguarsi alle prassi standard proposte da SIAE, in modo da sentirsi più tranquilli nel caso di controlli o nel caso in cui - ad esempio - la band improvvisi un cambio di scaletta e si metta a suonare una cover di un artista famoso (ed in quel momento arrivi l'agente SIAE ad effettuare il controllo).

Urge un comunicato ufficiale di SIAE con il quale venga chiarita la questione dell'abrogazione dell'art. 51 del regolamento e nel contempo siano fornite direttive operative uniformi per tutti i funzionari e i mandatari SIAE, in modo da evitare l'ulteriore diffondersi di interpretazioni diverse e contrastanti tra loro.


RIFERIMENTI UTILI PER APPROFONDIRE

A titolo di completezza, si vedano anche:

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http://www.copyright-italia.it/cons-servizi



mercoledì 13 marzo 2013

Inkulator sounds funny for Italian people

Here is an English explanation of what I wrote in a previous Italian post about the name Inkulator chosen for a new app for Windows8 and clearly born from the merger of "ink" and "calculator". No problem for English speakers. But for Italians... ROTFL!
The reason of my sarcasm about the name of the app is that the word "inkulator" for an Italian mother tongue sounds like... "analfucker" or something like that. (yes, I am serious)


I raised some ironic concerns about this strange decision by a company called SurfaceSoft. Maybe it was better to ask an Italian mother tongue before publish the app. Now it is too late, and in Italy we having a lot of fun.

And... it is not over! In fact, although I am not a Spanish mother tongue, I am pretty sure that this name will sound funny also for Spanish speakers.
So... about 500 millions Spanish speakers + about 80 millions Italian speakers = about 580 millions people in the world laughing for this name.

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UPDATE (March 15, 2013; 1.00pm Italian time)

Someone in Microsoft or in SurfaceSoft must have read this post (or another one between the numerous ironic posts published in Italy in these days). In fact, the app in no longer available on Microsoft's website; it is only available on SurfaceSoft's website with a different name (Kannaku).

Inkulator, ovvero quando avere nello staff un madrelingua italiano aiuterebbe. Molto!

Si chiama INKULATOR (sì, proprio così!) ed è una nuova app per Windows 8, grazie alla quale è possibile...
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...fare calcoli tramite la scrittura sullo schermo del proprio dispositivo touch. (Che cosa vi pensavate?!?!)


Il "geniale" nome proviene evidentemente dalla crasi di "ink" (inchiostro, metafora della scrittura tradizionale) e di "calculator" (calcolatrice).
A ben vedere, l'applicazione è stata sviluppata da un'azienda chiamata SurfaceSoft e non da Microsoft. Tuttavia è possibile che in tutto lo staff che un colosso multinazionale come Microsoft ha sparso per il globo non ci fosse un madrelingua italiano (o comunque qualcuno che conoscesse l'italiano discretamente) che potesse far notare questa goffaggine linguistica prima della sua pubblicaione? Evidentemente no.
Quindi... nulla. Ora godiamoci un po' di facile ironia, come sicuramente avverrà in rete nei prossimi giorni. Io, con questo post, volevo giusto aprire le danze. ;-)

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NOTA: Per chi volesse far circolare la simpatica notizia a contatti stranieri, ecco qui un post in Inglese: http://aliprandi.blogspot.it/2013/03/inkulator-sounds-funny-for-italians.html

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AGGIORNAMENTO DEL 15 MARZO 2013, ore 13

Qualcuno a Microsoft o a SurfaceSoft deve aver letto questo mio post, o uno degli altri numerosissimi post ironici usciti in questi giorni. Infatti ora non si trova più l'applicazione sul sito di Microsoft; la si trova solo sul sito dell'azienda produttrice (SurfaceSoft) e comunque con un nome diverso (Kannaku).

La "tassa" sul link. Disintermediazione: un grande equivoco

L’informazione in rete potrebbe uscire molto cambiata da un provvedimento a rischio di approvazione in Germania.
 
Qualcuno l’ha chiamata tassa sugli aggregatori di news o addirittura tassa sul link. Ovviamente il termine tassa è tecnicamente molto improprio, però rende l’idea. Mi riferisco al disegno di ...

Articolo uscito su Apogeonline il 13 marzo 2013.

giovedì 7 marzo 2013

Strumenti giuridici per l'open data: il mio seminario del novembre 2012

E' finalmente disponibile l'intero filmato del seminario intitolato "Strumenti giuridici per l'open data: le licenze disponibili e le scelte del progetto FreeGIS.net" da me tenuto con la collaborazione di Carlo Piana in occasione di SFScon2012 (Bolzano, 16 novembre 2012); è possibile anche scaricare le relative slides, contenenti una serie molto efficace di infografiche realizzate ad hoc per spiegare il fenomeno dell'open data e dell'open licensing (davvero ben fatte e rilasciate con licenza CC).
 
 
Il seminario si occupa di fornire una solida introduzione teorica e una panoramica completa delle problematiche giuridiche in materia di rilascio di dati da parte degli enti pubblici. Il tutto con un focus particolare sull'ambito dei dati geografici e sulle scelte del progetto FreeGIS.net. Al suo interno, l'intervento di Carlo Piana specificamente dedicato al tema del licensing in generale e al problema della proliferazione di modelli di licenza nel mondo open.
Si noti che il seminario si è tenuto nel novembre del 2012 quando la riforma della cosiddetta Agenda digitale non era stata ancora definitivamente convertita in legge. Tuttavia le slide sono state poi aggiornate all'avvenuta conversione in legge con i relativi emendamenti.