lunedì 29 aprile 2013

Il diritto d’autore tra criminalizzazione ed effettività delle norme

Un articolo di Simone Aliprandi, pubblicato in Ciberspazio e diritto, 2012, Vol. 13, n. 45 (2-2012), pp. 147-166 (vedi scheda fascicolo).

Abstract
Il diritto d’autore è una di quelle discipline giuridiche che, grazie all’avvento delle nuove tecnologie digitali e di Internet, sono passate nel giro di pochi anni da nicchia squisitamente riservata agli addetti ai lavori ad argomento di discussione e di interesse per chiunque.
Tutti ormai siamo diventati, volenti o nolenti, parte del grande gioco della condivisione di massa di informazioni e contenuti creativi. A questa realtà, che ai più pare pacifica, una certa parte di coloro che partecipano a questo gioco sembra non voler far caso; e preferisce proseguire a giocare come se le regole e il terreno di gioco fossero ancora quelli precedenti alla rivoluzione digitale.
Ciò porta ad una serie di nevrotizzazioni del sistema giuridico e di discrasie tra il dettato normativo e il diritto vivente che, sia in un’ottica de jure condendo sia in un’ottica di semplice riflessione giuridico-sociologica, meritano di essere prese in considerazione. Processi di criminalizzazione dell’utente, esagerazioni nella repressione penale dei comportamenti di sharing (anche più innocui e comuni), diffusione di informazioni volutamente distorte sono solo alcuni degli elementi di questo fenomeno.
In questo articolo si cercherà quindi di fornire un inquadramento socio-giuridico delle principali problematiche derivanti dalla delicata collisione tra diritto d’autore e tecnologie digitali e telematiche, prendendo comunque spunto dalla copiosa letteratura scientifica sull’argomento e soffermandosi in particolar modo su alcuni temi chiave della sociologia del diritto: l’effettività della legge e la sua percezione sociale.

Sommario
1. Introduzione e scenario.
2. Criminali o criminalizzati?
3. Pericolosi equivoci.
4. La pirateria è conveniente... per chi?
5. La repressione penale.
6. Una diversa percezione nel mondo virtuale.
7. Lo sharing tra dono e furto.
8. Il diritto d’autore tra norma sociale e precetto giuridico.
9. Un problema di effettività ed efficienza della legge.
10. Riconciliare le norme sociali e il diritto della proprietà intellettuale?


[è disponibile anche una versione inglese dell'abstract]

Copyright, from criminalisation to normative efficacy

An article by Simone Aliprandi and published in Ciberspazio e diritto, 2012, Vol. 13, n. 45 (2-2012), pp. 147-166.

Abstract
Copyright is one of those branches of law that, thanks to the advent of new digital technologies and the Internet, have gone in a few years from being a just for experts niche to a topic for the general public.
We all have become, willy-nilly, part of the great game of sharing information and creative content. This concept, that seems quite established to most of the people, is not so accepted by some people taking part in this game who prefer to continue playing as if the rules and the playing field were the same as they were before the digital revolution.
This leads to a sort of neurasthenia of the legal system and to many cases of discrepancy between norms and concrete regulation, both from a lawmaking perspective and from a simple reflection of legal-sociological deserve to be taken into account. Users criminalization, exaggerations in the criminal prosecution of sharing behaviors (even the most harmless and commons), dissemination of deliberately distorted information are just some of the elements of this phenomenon.
This article will attempt to provide a socio-legal framework of the main issues arising from the complicated collision between copyright and digital technologies and computer systems, however, taking a cue from the copious literature on the subject and focusing on some of the key aspects of the sociology of law: effectiveness and social perception of law.


[at the moment, the article is available in Italian version only]

sabato 27 aprile 2013

La Corte Constitucional Italiana experimenta los datos abiertos (con licencia CC)

La reforma de la Agenda Digital, que ratificó para la legislación italiana la idea de open data está empezando a dar resultados, y esta vez se ha pasado a los datos judiciales.
A finales de marzo en el sitio web oficial de la Corte Constitucional una sección  "experimental" de datos abiertos (con todos los datos de la Corte en formato XML) finalmente ha aparecido.
Los datos publicados incluyen:
  • El archivo de todos las sentencias (18.000 textos de 1956 hasta ahora);
  • El archivo de las máximas;
  • Los registros de identidad de los jueces constitucionales, con las fechas de juramento, cesación y una breve nota biográfica;
  • Las normas pendientes ante la Corte Constitucional.
La consultatiòn en línea de la página web de la Corte Constitucional ya estaba libre, pero esto es obviamente un paso más allá, permitiendo una reutilización efectiva de esta masa de información. Efectiva desde un punto de vista tecnológico, con la disponibilidad en formato estándar e interoperable; y efectiva desde el punto de vista legal, gracias a la aplicación de una licencia de contenido abierto (Creative Commons BY-SA).

Alguien dirá: "Oye, no hay derecho de autor sobre las sentencias!". Sin duda, todos estamos de acuerdo. Pero si los veredictos se imprimen en papel y se guardan en las carpetas polvorientas de los tribunales, ¿cómo podemos hacer que realmente abiertos y reutilizables? Tener todo un conjunto de datos digitalizada disponible es un gran paso. Y recuerda que en Europa también tenemos el tan complicado "derecho sui generis sobre bases de datos".
Debemos saludar a esta decisión como un excelente ejemplo para todos los principales tribunales italianos: los principales tribunales (Corte de Casación y el Consejo de Estado) y tal vez también los mayores tribunales locales (Milán, Roma, Nápoles...).
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Read the English version  |  Read the Italian version.

The Italian Constitutional Court experiments an open data approach (with a CC license)

The Digital Agenda reform which ratified for the Italian legislation the idea of ​​open data is starting to bring results and this time it happened to judiciary data.
At the end of March on the official website of the Constitutional Court an "experimental" open data section (with all the data of the Court are published in XML format) has finally appeared.

The published data include:
  • The archive of all the verdicts (about 18 thousand texts from 1956 to present);
  • The archive of the maxims;
  • The identity records of the Constitutional Judges, with the dates of oath, cessation and a brief biographical note;
  • The rules pending before the Constitutional Cour.
The online consultation of the Constitutional Court website was already free (free as in "free beer"); but this is obviously a step further, allowing an effective reuse of this mass of information. Effective from a technological point of view, with the availability in standard and interoperable format; and effective from the legal point of view, thanks to the application of an open content license (Creative Commons BY-SA).

Somebody will say: "hey, there is no copyright on verdicts!". Sure, we all agree. But if verdicts are printed on paper and stored in the dusty folders of the courts, how can we make them really open and reusable? Having a digitized entire dataset available is a big step. And remember that in Europe we also have the so complicated database right.
We should greet this decision as an excellent example for all the main Italian courts: the major courts (Court of Cassation and State Council) and maybe also the biggest local courts (Milan, Rome, Naples...).
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mercoledì 24 aprile 2013

CC, come Corte Costituzionale. Se le sentenze escono dai faldoni

Positiva, la pubblicazione in rete degli atti della giustizia costituzionale; poterli riutilizzare è tuttavia ancora meglio.

La riforma sull’Agenda Digitale che ha consacrato a livello legislativo l’idea di open data sta iniziando a portare i suoi frutti e questa volta è toccato a dati di natura giuridica, che però per la loro importanza non interessano solo gli operatori del diritto. Si tratta infatti di...

Articolo uscito su Apogeonline il 24 aprile 2013.
Leggilo qui.

Vedi la versione inglese dell'articolo.
Vedi la versione spagnola dell'articolo.

lunedì 22 aprile 2013

La Corte Costituzionale "sperimenta" le licenze CC (e potrebbe farlo meglio)

Per la mia solita rubrica "L'angolo del pedante", segnalo un nuovo caso di applicazione approssimativa delle licenze CC; un caso degno di nota dato che si tratta nientepopodimenoche... della Corte Costituzionale.
Sul sito della Consulta nelle scorse settimane è infatti comparsa una nuova sezione "sperimentale" (così è definita) per il rilascio in spirito "open data" dell'intero dataset del sito. Non solo libera consultazione online di provvedimenti e massime, ma possibilità di scaricare il tutto in formato XML e riutilizzarlo per altri scopi.
Molto bene! La mossa è più che lodevole. Un bell'esempio da seguire anche da parte di altri organi giurisdizionali.
Ma non posso fare a meno di rilevare alcune imprecisioni dal punto di vista della gestione dei diritti e del licensing. E siccome non resisto alla tentazione della pignoleria... ecco qui.

Pignoleria n. 1
Il suddetto disclaimer (disponibile all'url http://www.cortecostituzionale.it/ActionPagina_1177.do) recita:
I dati sono disponibili in formato xml e rilasciati con licenza Creative Common (CC BY SA 3.0) per il libero riuso.
Allora... innanzitutto manca la "s" nella parola "Commons". E questo potrebbe essere un semplice e innocuo refuso. Poi manca il nome esteso della licenza (che sarebbe "Attribuzione - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia") e il link al testo della licenza. Questa modalità di applicazione è ovviamente indicata dalle linee guida di Creative Commons, dai vari manuali e opuscoli disponibili in rete e soprattutto dalla buona prassi giuridica.
Non si tratta di una pignoleria superflua ma di una questione determinante dal punto di vista giuridico. Infatti, affinchè l'applicazione di una licenza ad un'opera esplichi i suoi effetti correttamente, è necessario che il collegamento opera-licenza sia sempre chiaro e scevro da equivoci. Questo perchè l'utente dell'opera deve essere messo in grado di conoscere realmente quali sono i termini d'uso dell'opera. In mancanza di chiarezza, l'utente è portato - per non rischiare di sbagliare - a contattare il detentore dei diritti e chiedere conferma... vanificando così la funzione di disintermediazione tipica delle licenze CC.


L'inserimento del link sarebbe ovviamente un bel passo verso la chiarezza e la certezza. Ma quantomeno bisognerebbe iniziare dal chiamare la licenza con il suo nome.
Scrivere semplicemente "CC BY SA 3.0" (in assenza del link) NON E' SUFFICIENTE. Innazitutto il significato delle sigle BY e SA non è noto a tutti; dunque anche ipotizzando un utente diligente che volesse cercare il significato di quella dicitura, non è detto che riesca a trovare le informazioni corrette. Poi in quelle parole abbreviate manca un'INFORMAZIONE FONDAMENTALE, ovvero la giurisdizione della licenza. Immagino che la Corte Costituzionale intendesse utilizzare la licenza in versione italiana. Ma non è detto. Messo così, si potrebbe pensare anche ad una versione "unported", ovvero neutra rispetto alla giurisdizione.

Pignoleria n. 2
La laconica enunciazione di cui sopra è in parziale contraddizione con il disclaimer che si trova cliccando sul link "note legali" presente nel footer del sito, nel quale si legge:
La Corte costituzionale fa divieto, in assenza di espressa autorizzazione, di riprodurre, estrarre copia, ovvero distribuire le informazioni testuali e gli elementi multimediali disponili sul sito per finalità commerciali.  
La licenza CC by sa infatti consente tranquillamente anche il riuso a fini commerciali.
Ergo, anche se si tratta di una fase "sperimentale" sarebbe opportuno aggiornare queste "note legali" onde evitare di creare ulteriore incertezza e confusione.

Pignoleria n. 3
Inoltre... vorrei cogliere l'occasione per riflettere sulla frase: "La voce "open data" del sito è attiva in via sperimentale."
Cosa significa? Che i dati li hanno rilasciati, ma in realtà non sono sicuri che sia la cosa giusta da fare? Che magari un giorno si pentono e tolgono la sezione dal sito?
Se così fosse (cosa per altro legittima, dato che il detentore dei diritti può sempre cambiare licenza alla sua opera), qualcuno dovrebbe spiegare a chi ha scritto quel disclaimer che comunque tutti coloro che nel frattempo hanno scaricato i dataset sulla base della licenza indicata, potranno continuare ad utilizzarli e soprattutto a ridiffonderli nel rispetto della stessa.

Come chiosa finale, tengo a fare una precisazione. In realtà la gestione dei diritti d'autore sulle informazioni di cui abbiamo qui discusso va riferita unicamente al database right (il famoso diritto sui generis), che agisce sull'organizzazione del database più che sui suoi contenuti. A livello di contenuti, infatti, se escludiamo le massime (che potrebbero essere considerate opere dell'ingegno a sè stanti coperte da un diritto d'autore o quantomeno un diritto connesso), sui testi dei provvedimenti della Corte Costituzionale NON C'E' ALCUN COPYRIGHT in virtù dell'art. 5 della legge 633/41; di conseguenza sono di pubblico dominio e quindi riutilizzabili liberamente anche senza una licenza che lo permetta espressamente.

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ADDENDUM del 24 aprile 2013
Questa mattina la pagina del sito della Corte Costituzionale in questione è stata modificata con l'aggiunta del link alla licenza. Sarà merito di questo articolo?
Dunque la licenza applicata è la Creative Commons Attribuzione - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia; ora non ci sono più dubbi.
Tuttavia resta la contraddizione con la pagina "note legali" (e forse ora si complica), nella quale ora compare la seguente dicitura:
La Corte costituzionale fa divieto, in assenza di espressa autorizzazione, di riprodurre, estrarre copia, ovvero distribuire le informazioni testuali e gli elementi multimediali disponili sul sito per finalità commerciali. Il riuso degli Open data disponibili sul sito è soggetto a licenza Creative Commons (CC BY SA 3.0).
Il senso sembra essere quello che la licenza si applica solo sui cosiddetti "open data" e non sul resto dei contenuti del sito. Domanda: ma se abbiamo detto che nella sezione open data c'è tutto il materiale pubblicato dalla Corte Costituzionale, com'è la questione?!? Boh.


venerdì 19 aprile 2013

Chiacchierata a 11Radio (8 aprile 2013): il diritto d'autore sulle opere prodotte con fondi pubblici

Il podcast integrale (formato MP3) della chiacchierata radio andata in onda su 11Radio lunedì 8 aprile 2013, a cui ho partecipato come ospite.

Il tema è quello del diritto d'autore sui contenuti prodotti con fondi pubblici e il pretesto è il mio articolo pesce d'aprile che era circolato in rete la settimana precedente (creando un po' di scompiglio).




[Ringrazio Federico e gli altri collaboratori di 11Radio per il gentile invito]


giovedì 18 aprile 2013

Fallimenti e licenziamenti si riflettono anche sul mercato degli avvocati

Da fonti affidabili (= dipendente di una nota agenzia di recruiting per professionisti) pare che gli avvocati più ricercati attualmente siano quelli che si occupano di diritto fallimentare e di diritto del lavoro.
Voi direte... "e quindi?!".
Quindi... sarà forse un caso... ma provate a pensarci: questi due ambiti professionali, che di primo acchito possono interessare solo la categoria degli avvocati, in realtà rappresentano la "cartina al tornasole" della triste situazione in cui siamo.
Servono più avvocati fallimentaristi perchè le aziende falliscono e quindi si fanno più procedimenti di fallimento o di liquidazione. Servono più avvocati giuslavoristi perchè la gente viene lasciata a casa e quindi si fanno più cause di lavoro.
Direi che non fa una piega. O no?

mercoledì 17 aprile 2013

Un giornale d’aprile. Se il meglio arriva dalla selezione

Quando lo snobismo da pubblicazione scientifica raggiunge l’apice, nasce la risposta goliardica e dissacratrice in rete: il Journal of Universal Rejection.

Articolo uscito su Apogeonline il 17 aprile 2013.
Leggilo qui.

lunedì 15 aprile 2013

E se il Papa parlasse spagnolo?

[articolo originariamente uscito su LodiCittà.it il 13 aprile 2013]

La lingua dei papi è l'italiano. E' sempre stato così. Ma se una cosa è sempre stata in un certo modo vuol dire che quello è necessariamente il modo giusto? Prima di darmi del delirante, provate a seguire il mio ragionamento.
Partiamo da una premessa indiscutibile: la lingua ufficiale della Chiesa Cattolica è tutt'ora il latino, non l'italiano. Allora perché i papi di epoca moderna hanno sempre parlato italiano in tutte le occasioni ufficiali e dopo il Concilio anche durante le liturgie? Semplice: erano pressoché tutti italiani, tranne ovviamente gli ultimi tre.

Qualcuno fa notare che c'è un altro motivo: il papa oltre ad essere il pontefice della Chiesa Cattolica universale è anche Vescovo di Roma. Vero... ma è inutile dire che le funzioni di pontefice universale prevalgono di gran lunga su quelle di vescovo locale. Allora perché fin dallo storico “corrigerete” di Wojtyla i papi anche di origine straniera si sono “forzati” a parlare in italiano? Quale sarebbe il reale fondamento di questa scelta? Lo so che per noi italiani campanilisti è difficile accettare di non essere il centro culturale del mondo, ma è cosa nota e scientificamente misurabile che la nostra lingua non è certo tra le più parlate nel globo.
Non sarebbe meglio allora che il papa parlasse una lingua più universalmente conosciuta? Non so... una lingua tipo... lo spagnolo. Lo spagnolo è la quarta lingua nel mondo, parlata come prima lingua da 330 milioni persone (contro i 60 milioni scarsi di madrelingua italiani) e comunque è utilizzata e compresa da 500 milioni. Non solo: di questi milioni, buona parte sono proprio di religione cattolica.
Abbiamo la fortuna per la prima volta nella storia di avere un papa che può parlare spontaneamente ed efficacemente a mezzo mondo (nel senso di metà del mondo cattolico)... e lo “obblighiamo” a parlare in italiano in virtù della tradizione? Forse è il momento di rivisitare questa tradizione e anteporre ad essa l'impatto comunicativo. Sarebbe davvero una preziosa occasione perduta. Senza escludere anche altri due aspetti non irrilevanti: innanzitutto lo spagnolo (specie quello di matrice sudamericana) non sarebbe poi così incomprensibile per noi italiani; e comunque in Italia sono presenti moltissimi ispanofoni.
Infine, pensate quale sarebbe l'impatto innovativo di un papa che, affacciandosi la prima volta su Piazza San Pietro, avesse parlato fin da subito in inglese. Credo che prima o poi succederà... Ma ora possiamo iniziare lasciando che Bergoglio parli la sua lingua madre senza remore, anche quando è qui in Italia e non parla strettamente in veste di vescovo di Roma.

[vedi versione spagnola dell'articolo]

Papa Francisco, habla español!

El idioma oficial de la Iglesia Católica sigue siendo latino. No es italiano.
Así que me pregunto: ¿por qué los papas de la época moderna han hablado siempre italiano en todas las ocasiones oficiales? Simple: eran casi todos italianos (excepto los tres últimos).

Hay otra razón: el Papa, además de ser el pontífice de la Iglesia Católica universal, también es obispo de Roma. Cierto... pero las funciones de papa universal, prevalecerán sobre las del obispo local.
Así que... ¿No sería mejor que el Papa hablaba un idioma más ampliamente conocido? Por ejemplo... Español! El español es la cuarta lengua en el mundo, hablado como lengua materna por 330 millones de personas (en lugar de sólo 60 millones hablan italiano) y todavía se utiliza y se entiende por 500 millones de personas. No sólo eso: la mayor parte de estos millones son católicos.
Somos afortunados en tener por primera vez en la historia un papa que se puede hablar de forma espontánea y eficazmente a millones de personas (también gracias a las nuevas tecnologías)... y vamos a "obligar" a hablar en italiano? El español tendría un impacto comunicativo mucho mayor. Sería una valiosa oportunidad perdida.
Así que, Papa Bergoglio, porque no habla español?

venerdì 12 aprile 2013

Free and open source software in the Italian public administration: fundamental law principles


an article by Simone Aliprandi and Carlo Piana

published on International Free and Open Source Software Law Review - Vol. 5, No. 1 (2013)


license: Creative Commons Attribution-NoDerivs 2.0 UK: England & Wales

the article is available HERE (html and PDF)

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Abstract
We take a first reading of the recent modification to the fundamental law that governs the digital aspects of the Public Administration in Italy. Said modifications require Public Administrations to prefer internally made solutions and FOSS solutions over proprietary ones, mandate an increased degree of interoperability and strengthen open data.

Summary
Introduction
1. Free and open source software, as well as in-house made or ad-hoc developed solutions or reused software, takes precedence by law (first reform)
2. Second reform: enter the cloud option, some refinement
3. Some comments about the criteria and the role of the Agenzia per l'Italia Digitale
4. Interoperability as a mandatory goal
5. A new “open format” definition and the “open by default” principle in PSI
6. Conclusions and perspectives

Keywords
Italian law; information technology; Free and Open Source Software; public administration; e-government; public sector information; reuse of software programs; open by default; open data;

How to cite
This article should be cited as follows:
Aliprandi, Simone and Piana, Carlo (2013) 'FOSS in the Italian public administration: fundamental law principles', International Free and Open Source Software Law Review, 5(1), pp 43 – 50
DOI: 10.5033/ifosslr.v5i1.84 




mercoledì 3 aprile 2013

Demolire la SIAE in 4 minuti (e prendere pure tanti applausi)

Eccolo, è lui: Vittorio Nocenzi, raffinato musicista nonchè l'uomo che con un intervento all'assemblea del 1 Marzo 2013 ha demolito la SIAE in 4 minuti, sottolineando (e facendo verbalizzare) tutte le tristi verità emerse in tempi recenti e stigmatizzando quella che molti hanno definito "deriva plutocratica" dell'ente.
Si notino gli applausi e la standing ovation finale. Fa davvero riflettere.



Per capire le varie questioni cui fa riferimento, guardate quest'altro video di Guido Scorza dal titolo emblematico "Golpe in SIAE - ultimo atto".

Google sui brevetti dice qualcosa di open. Un impegno da copiare tutti

Un patto unilaterale di non aggressione preventiva? Nel campo dei brevetti tecnologici c’è già da essere contenti.

Si parla sempre di open source, open content e open data… e quasi mai di open patent. Come mai? La spiegazione molto semplificata è che...
 
Articolo uscito su Apogeonline il 3 aprile 2013.

lunedì 1 aprile 2013

Finalmente abolito il copyright sui contenuti prodotti con fondi pubblici

Ci voleva l'intervento dei cosiddetti "saggi" per fare questo grande passo innovativo... ma l'importante è che sia stato fatto. Sì, perchè è proprio una mossa saggia quella di abolire il diritto d'autore su tutto ciò che è stato prodotto da enti pubblici e con finanziamento prevalentemente pubblico.
Una condizione già presente in altri ordinamenti giuridici e che l'Italia, presa da faccende più urgenti, non aveva mai preso seriamente in considerazione.
Ma ecco che con la prima riunione dei "saggi" (nominati da Napolitano) tenutasi questa mattina al Quirinale, il primo passo è stato effettuato.
La bozza definitiva, fresca di approvazione, sarebbe tra l'altro immediatamente esecutiva poichè rientrerebbe nell'ambito di una delega legislativa già attribuita con la legge 967 del 29 febbraio 2013 e necessiterebbe solo l'adozione sotto forma di Decreto Ministeriale.
Dunque, testi, immagini, video, musiche, tramissioni televisive, contenuti multimediali, siti web, banche dati e anche software: tutto senza vincoli di diritti d'autore e diritti connessi a condizione che siano prodotti da un ente pubblico o che comunque la loro produzione sia stata finanziata con fondi pubblici per più della metà.
Il provvedimento produrrebbe i suoi effetti a partire da 60 giorni dalla data della sua formale adozione. Dunque entro quest'estate dovremmo già riuscire ad avvantaggiarci di questa sostanziale innovazione.
Negativo ovviamente il parere del CPPC (Consorzio Produttori Pubblici di opere sotto Copyright), il quale minaccia di sollevare al più presto una questione di legittimità costituzionale.
"In effetti il provvedimento e soprattutto l'iter per la sua adozione destano qualche perplessità dal punto di vista costituzionale", dichiara il Professor Alvaro Meteccini dell'Università di Studi Giuridici e Sociali di Livorno.
Resta il fatto che nel periodo di operatività del provvedimento le opere prodotte prevalentemente con finanziamento pubblico saranno formalmente in pubblico dominio e potranno essere riutilizzate e ridistribuite da chiunque. Di conseguenza chiunque potrà diffonderle applicandovi strumenti per il rilascio in pubblico dominio (come ad esempio CC0) e quindi difficilmente esse potranno ritornare sotto il controllo degli originari titolari dei diritti.
Questo provvedimento realizza una situazione ancora più radicale e libera rispetta a quella che ho auspicato in un mio precedente post in materia di open data. Quindi, da parte mia, non posso far altro che salutare con giubilo questa scelta. Ma mi chiedo... davvero bisognava aspettare i saggi per farlo?
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addendum
ore 18:04 di lunedì 1° aprile 2013: la notizia è stata retweetata da @DatiGovIT

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addendum: hanno parlato di questo articolo...
- blog di Francesco Lanza
- mailing list della community GFOSS
- forum della community FountainGen.it