venerdì 31 gennaio 2014

Caos Forense. La delicata questione dei 56 mila avvocati senza previdenza

Sono giorni thriller per i colleghi avvocati non in regola a livello previdenziale. In questi giorni, infatti (anzi, pare proprio oggi pomeriggio), dovrebbe essere approvato il nuovo regolamento della Cassa Forense con il quale verranno stabiliti i parametri per regolarizzarsi e per continuare a far parte della categoria professionale.
Sì perché è di questo che si parla: della creazione di una sorta di barriera (probabilmente legata al reddito da attività professionale) che consenta di verificare se il professionista svolge in modo continuativo e prevalente la professione. Una barriera al di sotto della quale l'iscrizione all'albo non è possibile.
Tale scomoda situazione riguarda circa 56 mila persone in Italia che, a seconda di quanto stabilito da questo atteso regolamento, dovranno decidere se rimanere iscritti (sopportando i relativi oneri contributivi), oppure sostanzialmente cambiare professione.
Chi è profano di queste dinamiche si domanderà quale sia il problema dato che, in fondo, la previdenza è sempre proporzionale al reddito... Ahimè quella della proporzionalità è una leggenda metropolitana, poiché esistono quelli che comunemente si chiamano "contributi minimi" e che consistono in una quota minima da versare per il solo effetto dell'iscrizione alla Cassa Forense, anche nel caso di un guadagno basso o addirittura vicino allo zero. Ciò rende l'iscrizione alla Cassa Forense non conveniente o addirittura non sostenibile per gli avvocati a reddito basso o comunque a reddito irregolare.
Questa in grande sintesi è la questione.

Io sono uno di quelli che si è iscritto alla Cassa Forense al momento dell'iscrizione all'Albo. Il mio commercialista all'epoca mi disse di fare così e io non mi interrogai su eventuali alternative.
L'alternativa in realtà c'era ed era quella di non iscriversi e iniziare comunque a fare la professione, tenendosi in tasca le migliaia di euro di contributi che invece ho versato regolarmente. Fino a pochi mesi fa infatti era possibile procedere in quel modo, sempre che il proprio fatturato annuo non superasse una certa soglia.
Poi però la riforma forense del 2012 (in vigore dal 2 febbraio 2013) ha reso obbligatoria l'iscrizione alla Cassa Forense per tutti gli avvocati iscritti all'Albo. In altre parole, una legge dello Stato ha stabilito che basta l'iscrizione all'Albo per essere iscritti d'ufficio alla Cassa. E' così che si è creata la questione dei famosi "56 mila": è bastato allineare gli elenchi degli Ordini Avvocati con gli elenchi della Cassa Forense per notare che c'era una discrepanza non proprio irrilevante.
56 mila persone (e alcuni dicono siano ancora di più) su un totale di circa 280 mila sono una cospicua percentuale; e tante persone non possono essere tagliate fuori dalla professione con un semplice colpo di mano. E' necessario trovare una soluzione che sia equa e degna di un paese civile.

Morale della favola? La legge di riforma dava tempo un anno per l'approvazione di questo maledetto regolamento e questo anno scade al 2 febbraio 2014. Oggi, se il calendario non mi inganna, siamo al 31 gennaio ed è pure venerdì. E' accettabile secondo voi arrivare a questo punto?
Forse no... ma il ritardo estremo pare essere giustificato proprio dalla delicatezza della questione e dalla relativa necessità di studiare molteplici soluzioni. Chissà che cosa ne sarà uscito. Per ora si è vista solo una bozza (risalente a giugno 2013), che però dovrebbe essere già stata oggetto di emendamenti sostanziali.
La paura che ho io (e che hanno in molti) è che, indipendentemente dalle scelte fatte dalla Cassa in questa delicata fase decisionale, ne uscirà una norma foriera di caos e malcontento. Se con questi 56 mila ci andranno giù pesante, ovviamente si griderà all'ingiustizia, alla violazione del diritto a svolgere liberamente una professione, all'ennesimo tentativo di autoconservazione di una casta. Se invece ci andranno giù leggeri, dall'altro lato si griderà alla solita soluzione all'italiana a "tarallucci e vino", grazie alla quale prima si stabilisce un obbligo per legge e poi si trovano le tremila eccezioni a quest'obbligo... e senza dimenticare il senso di beffa che proverebbero quelli che, avendo rispettato gli obblighi fin dall'inizio, hanno dovuto fare sacrifici per poter versare i contribuiti regolarmente.

Ma davvero era necessario arrivare a questo limite? A quale livello c'è stata la falla? In risposta a questi quesiti, vedo tre diversi scenari possibili:
  1. questi 56 mila (e forse più) sono dei parassiti evasori che hanno approfittato dell'elasticità del sistema e ora vanno duramente sanzionati;
  2. questi 56 mila (e forse più) sono stati i più saggi di tutti perché, prima di versare somme che probabilmente mai porteranno a una solida pensione, hanno aspettato che il quadro normativo si definisse;
  3. il sistema legislativo italiano è ormai la beffa di se stesso dato che, nonostante leggi, provvedimenti interpretativi, regolamenti attuativi, non si è mai in grado di stabilire se una determinata cosa è effettivamente obbligatoria o meno.
Per approfondire:
- Cassa Forense: proposte e non proteste
- Avvocati, guadagnate poco? Potreste essere cancellati dall’Ordine: 56mila legali a rischio, ecco l’allarme dell’Aiga
- Giovani avvocati contro la riforma forense: «100mila professionisti a rischio»

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Come la storia dell'assicurazione.. Slitta di qua, slitta di là e chi rispetta le regola è penalizzato. Bah, staremo a vedere...

Avv. Francesco Amorosini ha detto...

E' giusto obbligare al versamento dei contributi professionisti con un reddito da Paese del terzo mondo!? E' giusto far pagare gli effetti della crisi economica a coloro che non l'hanno provocata?! E' giusto, ancora, penalizzare dei soggetti che, per cause indipendenti dalla loro volontà, guadagnano poco!? Cerchiamo di rispondere a queste domande, che non vogliono essere polemiche. Qui sono in gioco dei principi, come l'equità fiscale, contributiva e la solidarietà sociale. Imporre sacrifici a soggetti economicamente deboli, che, in quanto tali, dovrebbero essere, invece, aiutati, è semplicemente una vergogna, degna d'una nazione, come la nostra, che non ha perduto solo la sovranità, ma anche - mi pare - la dignità e il senso di giustizia.

Simone Aliprandi ha detto...

Metto sul tavolo un ulteriore punto di vista. Io non sono un grande esperto di questioni previdenziali, ma mi sembra di aver capito che sostanzialmente questo nuovo regolamento andrà a colpire qui famosi 56mila non iscritti alla Cassa. Mentre per gli altri tutto procederà come prima.
Ecco... la questione che pongo è: non è il caso forse di allargare un po' la visuale? Anche per coloro che risultano già iscritti il sistema previdenziale di Cassa Forense risulta spesso iniquo.
Io e alcuni amici facciamo parte proprio di quella schiera; ci siamo iscritti negli anni tra il 2006 e il 2009 seguendo le indicazioni di nostri commercialisti e senza porci molti interrogativi. La prassi era quella; e soprattutto non si pensava di arrivare ad una situazione di stallo come quella in cui viviamo ora. Come sapete vige il principio che, una volta che "hai fatto outing" e sei entrato nel database della Cassa, è difficile dire "stavo scherzando"; quindi iniziano ad arrivare i bollettini e si inizia a pagare senza troppe storie. Ora, arrivati a questo punto, ci si chiede spesso se fosse stata la scelta migliore o se di fatto sarebbe stato meglio fare come quei 56mila che hanno semplicemente atteso di capire quali sarebbero state le evoluzioni della normativa.
In conclusione credo che in generale i criteri di calcolo dei contributi debbano essere rivisti in senso più ampio, per tutti gli avvocati, siano essi iscritti da tempo o iscritti d'ufficio per effetto della riforma. Andrebbe assolutamente promossa una maggiore proporzionalità nella contribuzione, in modo da evitare che i cosiddetti "contributi minimi" rappresentino una sorta di quota da versare per poter partecipare al gioco.

Avv. Francesco Amorosini ha detto...

La scellerata riforma del 2012 ha il malcelato scopo di ridurre il numero di avvocati, costringendo numerosi Colleghi a cancellarsi dall'albo. Questo perché saremmo troppi. Ma chi lo stabilisce? E in base a quale criterio? A tal proposito, mi permetto di citare le illuminanti parole d'un autorevole giurista, il professor Franco Cipriani, il quale, in un suo saggio (Avvocatura e diritto alla difesa, pag. 94), scriveva che "gli avvocati devono rassegnarsi a essere sempre <>", poiché l'avvocatura è "una libera professione" e lo Stato non ha "alcun interesse a trasformare la classe forense in una casta chiusa". I Colleghi (anziani) se ne facciano una ragione.