venerdì 31 gennaio 2014

Caos Forense. La delicata questione dei 56 mila avvocati senza previdenza

Sono giorni thriller per i colleghi avvocati non in regola a livello previdenziale. In questi giorni, infatti (anzi, pare proprio oggi pomeriggio), dovrebbe essere approvato il nuovo regolamento della Cassa Forense con il quale verranno stabiliti i parametri per regolarizzarsi e per continuare a far parte della categoria professionale.
Sì perché è di questo che si parla: della creazione di una sorta di barriera (probabilmente legata al reddito da attività professionale) che consenta di verificare se il professionista svolge in modo continuativo e prevalente la professione. Una barriera al di sotto della quale l'iscrizione all'albo non è possibile.
Tale scomoda situazione riguarda circa 56 mila persone in Italia che, a seconda di quanto stabilito da questo atteso regolamento, dovranno decidere se rimanere iscritti (sopportando i relativi oneri contributivi), oppure sostanzialmente cambiare professione.
Chi è profano di queste dinamiche si domanderà quale sia il problema dato che, in fondo, la previdenza è sempre proporzionale al reddito... Ahimè quella della proporzionalità è una leggenda metropolitana, poiché esistono quelli che comunemente si chiamano "contributi minimi" e che consistono in una quota minima da versare per il solo effetto dell'iscrizione alla Cassa Forense, anche nel caso di un guadagno basso o addirittura vicino allo zero. Ciò rende l'iscrizione alla Cassa Forense non conveniente o addirittura non sostenibile per gli avvocati a reddito basso o comunque a reddito irregolare.
Questa in grande sintesi è la questione.

Io sono uno di quelli che si è iscritto alla Cassa Forense al momento dell'iscrizione all'Albo. Il mio commercialista all'epoca mi disse di fare così e io non mi interrogai su eventuali alternative.
L'alternativa in realtà c'era ed era quella di non iscriversi e iniziare comunque a fare la professione, tenendosi in tasca le migliaia di euro di contributi che invece ho versato regolarmente. Fino a pochi mesi fa infatti era possibile procedere in quel modo, sempre che il proprio fatturato annuo non superasse una certa soglia.
Poi però la riforma forense del 2012 (in vigore dal 2 febbraio 2013) ha reso obbligatoria l'iscrizione alla Cassa Forense per tutti gli avvocati iscritti all'Albo. In altre parole, una legge dello Stato ha stabilito che basta l'iscrizione all'Albo per essere iscritti d'ufficio alla Cassa. E' così che si è creata la questione dei famosi "56 mila": è bastato allineare gli elenchi degli Ordini Avvocati con gli elenchi della Cassa Forense per notare che c'era una discrepanza non proprio irrilevante.
56 mila persone (e alcuni dicono siano ancora di più) su un totale di circa 280 mila sono una cospicua percentuale; e tante persone non possono essere tagliate fuori dalla professione con un semplice colpo di mano. E' necessario trovare una soluzione che sia equa e degna di un paese civile.

Morale della favola? La legge di riforma dava tempo un anno per l'approvazione di questo maledetto regolamento e questo anno scade al 2 febbraio 2014. Oggi, se il calendario non mi inganna, siamo al 31 gennaio ed è pure venerdì. E' accettabile secondo voi arrivare a questo punto?
Forse no... ma il ritardo estremo pare essere giustificato proprio dalla delicatezza della questione e dalla relativa necessità di studiare molteplici soluzioni. Chissà che cosa ne sarà uscito. Per ora si è vista solo una bozza (risalente a giugno 2013), che però dovrebbe essere già stata oggetto di emendamenti sostanziali.
La paura che ho io (e che hanno in molti) è che, indipendentemente dalle scelte fatte dalla Cassa in questa delicata fase decisionale, ne uscirà una norma foriera di caos e malcontento. Se con questi 56 mila ci andranno giù pesante, ovviamente si griderà all'ingiustizia, alla violazione del diritto a svolgere liberamente una professione, all'ennesimo tentativo di autoconservazione di una casta. Se invece ci andranno giù leggeri, dall'altro lato si griderà alla solita soluzione all'italiana a "tarallucci e vino", grazie alla quale prima si stabilisce un obbligo per legge e poi si trovano le tremila eccezioni a quest'obbligo... e senza dimenticare il senso di beffa che proverebbero quelli che, avendo rispettato gli obblighi fin dall'inizio, hanno dovuto fare sacrifici per poter versare i contribuiti regolarmente.

Ma davvero era necessario arrivare a questo limite? A quale livello c'è stata la falla? In risposta a questi quesiti, vedo tre diversi scenari possibili:
  1. questi 56 mila (e forse più) sono dei parassiti evasori che hanno approfittato dell'elasticità del sistema e ora vanno duramente sanzionati;
  2. questi 56 mila (e forse più) sono stati i più saggi di tutti perché, prima di versare somme che probabilmente mai porteranno a una solida pensione, hanno aspettato che il quadro normativo si definisse;
  3. il sistema legislativo italiano è ormai la beffa di se stesso dato che, nonostante leggi, provvedimenti interpretativi, regolamenti attuativi, non si è mai in grado di stabilire se una determinata cosa è effettivamente obbligatoria o meno.
Per approfondire:
- Cassa Forense: proposte e non proteste
- Avvocati, guadagnate poco? Potreste essere cancellati dall’Ordine: 56mila legali a rischio, ecco l’allarme dell’Aiga
- Giovani avvocati contro la riforma forense: «100mila professionisti a rischio»

giovedì 30 gennaio 2014

Five things you should never do on the Internet


1) Keep reading the "five things..." posts; your brain can do better than that.

2) Keep reading the "five things..." posts; your brain can do better than that.

3) Keep reading the "five things..." posts; your brain can do better than that.

4) Keep reading the "five things..." posts; your brain can do better than that.

5) Keep reading the "five things..." posts; your brain can do better than that.

Quanto può durare un contratto di cessione dei diritti d'autore?

Una piccola etichetta discografica vorrebbe pubblicare un paio di miei brani in una compilation e mi ha sottoposto un contratto di cessione dei diritti d'autore con durata di 30 anni. Loro dicono che è il contratto standard che hanno firmato anche tutti gli altri artisti ma a me sembra una termine eccessivo. Cosa posso fare?

RISPOSTA: Benché in altre legislazioni sia possibile cedere i diritti d'autore sulle proprie opere per periodi di tempo lunghissimi o a volte anche irrevocabilmente, nella legge italiana è indicato un limite massimo di 20 anni. Questa regola è inserita nell'articolo 122 della legge 633/41 ed è specificamente dedicata al caso del contratto di edizione. La giurisprudenza italiana ha poi interpretato estensivamente questo limite applicandolo anche a tutti gli altri tipi di contratti di cessione di diritti d'autore. Ne consegue che, se qualcuno vi propone un contratto con un termine superiore, potete farglielo notare e diminuire il termine a 20 anni; in caso contrario, in una eventuale causa, potrete comunque chiedere al giudice di diminuire quel termine a 20 anni. Scaduto il termine previsto dal contratto, i diritti d'autore tornano nella piena disponibilità dei rispettivi titolari, i quali possono stipulare un nuovo contratto (anche con un soggetto diverso da quello precedente).

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puntata n. 41 della rubrica "Chiedilo all'avvocato" per il sito Rockit.it. Vedi fonte originaria
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http://www.copyright-italia.it/cons-servizi


 

lunedì 27 gennaio 2014

Nuove regole per gli acquisiti di software della Pubblica Amministrazione

I fan dell’open source le aspettavano da un bel po’; da quando nell’estate del 2012 il Governo Monti fece la rivoluzionaria scelta di intervenire sull’articolo 68 del Codice Amministrazione Digitale e stabilire che le pubbliche amministrazioni (PA), debbano acquisire di preferenza soluzioni di software libero/open source e in riuso. Solo quando queste fossero impossibili si può acquisire quelle proprietarie. I criteri di “impossibilità”, alla luce della “valutazione comparativa”, dovevano essere fissati dall’Agenzia per l’Italia Digitale. Purtroppo per avere questo documento è servito un lungo processo, conclusosi appunto solo alla fine dello scorso dicembre con la pubblicazione della Circolare 63/2013. Questi mesi sono serviti a selezionare e radunare attorno ad un tavolo esperti del settore e rappresentanti di vari stakeholders (enti pubblici, aziende, portavoce delle principali community del software libero, tra cui il titolare di questa rubrica).
Abbiamo quindi pensato di contattare uno dei membri di questa commissione di studio e fargli alcune domande. Stefano Zacchiroli è Maître de Conférences (Professore Associato) all’Università Paris Diderot, è stato per 3 anni Debian Project Leader, ed ha rappresentato la comunità Debian nel tavolo di lavoro (profilo completo).

D: In generale ti ritieni soddisfatto del risultato finale di tutti questi mesi lavoro?
R: Si, il mio giudizio complessivo sul processo di redazione è positivo. I membri del tavolo hanno in realtà agito solo come “consulenti volontari” per l’Agenzia per l’Italia Digitale, ed è quindi l’Agenzia che ha da un lato gestito il processo editoriale e dall’altro firmato le linee guida. Ciò nonostante, l’Agenzia si è mostrata ricettiva agli spunti dei membri del tavolo di lavoro. Le proposte consensuali all’interno del tavolo, così come i contributi individuali utili e coerenti con il principio della legge, sono stati in massima parte recepiti ed integrati nel documento finale.

D: Quali ritieni siano i punti di forza di questo documento?
R: Innanzitutto il fatto che, stando sia alla lettera delle linee guida che agli esempi di una loro possibile applicazione (forniti nel documento stesso), si toglie qualsiasi dubbio sul fatto che le soluzioni in software libero (o riuso) debbano essere preferite alle alternative. Personalmente ritengo che ciò fosse già evidente nel testo dell’art. 68, ma un’ulteriore conferma ufficiale da parte dell’Agenzia non guasta.
Un’altra parte importante del documento è la cospicua bibliografia di riferimenti a best practices italiane ed estere sull’argomento, come ad esempio l’ottima circolare del primo ministro Ayrault sull’adozione del software libero nella PA francese.
Infine, sono soddisfatto dell’inclusione nel documento di molti riferimenti a cataloghi di software libero, ad uso di quelle parti dello stato che potrebbero avere più difficoltà a trovare in autonomia software libero di buona qualità. In questo senso, l’inclusione di cataloghi comunitari come la Free Software Directory di Free Software Foundation /Unesco è certamente un fatto positivo.

D: Alcuni hanno fatto notare che 70 pagine sono una dimensione eccessiva, che rischia di aumentare l’incertezza interpretativa. Non è stato possibile ridurre la mole del documento?
R: Non sarei così intimidito dalle 70 pagine. Il contributo sostanziale (e originale) del documento è una metodologia per l’acquisizione di software. Si trova nella sezione 3 del documento: sono 24 pagine, inclusive di esempi di applicazione del metodo e riferimenti a cataloghi software. Il resto del documento consta di parti accessorie e sostanzialmente indipendenti, quali approfondimenti giuridici, spiegazioni di contesto, ed oltre 20 pagine di appendici. Poi, certamente, si può sempre migliorare l’accessibilità di un documento. Nulla vieta ad esempio di realizzare un ulteriore “bignamino” che rimandi alle linee guida complete per approfondimenti.

D: Dato che tra i membri della commissione non c'erano solo esperti del settore ma anche portatori di specifici interessi (anche commerciali), è stato difficile mantenere un approccio generalmente obbiettivo e asettico?
R: Diciamo che le attività del tavolo di lavoro sono state piuttosto “vivaci”. È normale che in questo tipo di tavoli si eserciti lobbying di vario tipo, visti gli interessi in gioco. Da questo punto di vista sono stato sorpreso dal sostanziale equilibrio nel tavolo tra rappresentanti del mondo del software libero (ed in particolare di comunità di volontari) e rappresentanti di interessi commerciali, quando non addirittura di constatare una “maggioranza” a favore dei primi.
Detto ciò, ritengo sia stato fondamentale il fatto che il tavolo non avesse una funzione deliberante; l’ultima parola è sempre stata nelle mani dell’Agenzia che si è avvalsa dei nostri contributi per deciderla. Ho quindi personalmente avuto fino all’ultimo la suspence su come la preferenza per il software libero sarebbe stata incarnata nella versione finale delle linee guida, ma non sono deluso del risultato.

D: La notizia della pubblicazione delle linee guida è già rimbalzata in rete raccogliendo un generale plauso per le scelte fatte dall'Italia. Pensi che almeno in questo il nostro paese possa risultare come esempio virtuoso per altri ordinamenti giuridici?
R: A livello giuridico penso proprio di sì. Non ho una formazione giuridica, ma da quanto leggo in giro l’Italia è oggi uno dei paesi che si è spinto più in là in termine di regolamentazione giuridica a favore del software libero.
Restano però due problemi. Il primo è che la normativa vigente è utile sul lungo termine, garantendo che le nuove acquisizioni software facciano aumentare la presenza di software libero nella PA, portando tutti i vantaggi del caso (assenza di lock-in, riduzione dei costi, sovranità tecnologica, etc). Questo però non compensa l’assenza di una volontà politica di migrare al software libero, nel breve/medio termine, l’enorme quantità di software proprietario presente oggi nella PA. In questo senso il confronto con il caso francese che conosco bene è piuttosto triste: in Francia hanno una legislazione meno avanzata della nostra, ma sono molto più avanti sia nella prassi tecnica che nella volontà politica di migrare.
Il secondo problema è tipicamente italiano. Ora che abbiamo una buona normativa sull’argomento, la prassi seguirà? Oppure abbonderanno i tentativi di applicarla in maniera “furbetta,” quando non addirittura di ignorarla, contando sull’impunità o sulle lungaggini della nostra giustizia?
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Articolo uscito su MySolutionPost il 27 gennaio 2014. Vedi post originario.

sabato 25 gennaio 2014

Le cinque cose da non fare assolutamente su Internet


1) Continuare a leggere solo post del tipo "le cinque cose..."; il vostro cervello può fare di meglio.

2) Continuare a leggere solo post del tipo "le cinque cose..."; il vostro cervello può fare di meglio.

3) Continuare a leggere solo post del tipo "le cinque cose..."; il vostro cervello può fare di meglio.

4) Continuare a leggere solo post del tipo "le cinque cose..."; il vostro cervello può fare di meglio.

5) Continuare a leggere solo post del tipo "le cinque cose..."; il vostro cervello può fare di meglio.


Se siete arrivati a questo post non è tanto perché siete stati presi in giro da chi l'ha scritto/concepito e da chi l'ha diffuso in rete tramite social network, quanto perchè effettivamente i post di questo genere stanno diventando di gran moda in rete. Chi fa comunicazione online ha scoperto che pubblicando articoli intitolati "le 5 cose che..." o "i 10 luoghi in cui..." gli utenti della rete più facilmente cliccano e aprono il contenuto (e cliccando ovviamente fanno crescere il rating del sito nonché gli introiti pubblicitari).
Non ci sono ancora studi scientifici a riguardo, ma probabilmente dipende dal fatto che, sapendo fin da subito che si tratta di un elenco limitato e numerato di concetti, si tratta di una lettura non particolarmente impegnativa.
E' l'ennesimo segno che l'information overload tipico di Internet porta con sè l'effetto collaterale di un'atrofizzazione della nostra capacità di scegliere una notizia secondo quelli che sono i nostri veri interessi e di dedicarle un livello di attenzione sufficiente a comprenderla e acquisirla.
Pensateci la prossima volta che cliccherete su questi post.

PS 1: se siete arrivati a leggere il post fino a questo punto, vuol dire che non siete ancora senza speranze.

PS 2: se avete apprezzato l'iniziativa, diffondete a vostra volta il link attraverso i vostri canali social.

PPS: se avete letto anche i due PS, mi congratulo con voi.

giovedì 23 gennaio 2014

Come on, tell me why I should give you free advice

Here is a standard form that can be used by all the professionals and freelancers in those cases where clients want to get a free consultation.
If you are a lawyer, a computer technician, an architect, a psychologist...  you certainly have to deal every day with such requests, in most cases via email.
Now you have this wonderful tool! You can add a link to the "contact" page of your professional website and write "if you were looking for free advice, please download this form."
It was very helpfull to me. I hope it will be the same for you.

If you apreciate this idea, please share the post. 




Ok, ma prima spiegami bene perchè dovrei farti consulenza gratuita

Sulla falsariga della simpatica e super-virale campagna #coglioneNo (che con tre riuscitissimi video ha messo in luce la triste realtà dei lavori creativi), mi sento di condividere uno strumento che può tornare utile a chiunque svolga professioni intellettuali (architetti, avvocati, psicologi, informatici...). Un modulo standard per la richiesta di consulenza gratuita da inviare ai vari clienti (o presunti tali) che vi contattano ponendovi quesiti e chiedendovi interventi confondendo costantemente una richiesta di consulto professionale con il semplice scambio di informazioni.
Perché in fondo il problema segnalato da quella campagna dedicata ai cosiddetti lavori creativi si avverte sempre più (pur con modalità diverse) anche nelle professioni più classiche e "riconosciute".
E' un effetto collaterale della cosiddetta società dell'informazione. In un mondo in cui bastano un paio di click per avere una marea di informazioni il valore aggiunto dell'intervento di uno specialista e del suo bagaglio di competenze viene percepito sempre meno. "Beh, ma io non ti sto chiedendo di farmi un lavoro particolare... ti sto solo chiedendo di darmi delle informazioni"... dicono; e non capiscono che la prestazione lavorativa di un professionista intellettuale è proprio quella di fornire informazioni, ma anche e soprattutto quella di assumersi la responsabilità per le informazioni fornite. Che poi è la cosa che davvero fa la differenza. Ricordiamoci sempre che nella parcella di un professionista specializzato non ci sono solo le sue ore di lavoro, ma anche le ore di sonno che il cliente recupera grazie all'affidamento che può fare su quanto emerso dal consulto.
Mi viene spesso da rispondere: "beh, se si tratta di semplici informazioni, aspetta che le cerco io su Google e poi ti mando link ai risultati della ricerca". Esiste anche un sarcastico quanto geniale sito appositamente pensato per questi casi.
"Ciao, visto che tu sei un legale, volevo farti vedere questa cosa veloce (segue email di 30 righe con allegato contratto di 15 pagine), sai, dovrei firmarlo oggi pomeriggio e magari potevi darmi qualche dritta."

"Ciao, visto che sei un informatico, volevo chiederti se magari domani posso passare lì con il PC e farti vedere un piccolo problemino che ho in questi giorni; penso sia una cosa veloce (arriva il PC con circa una decina di virus e malware vari, hard disk pieno fino all'orlo di video porno, sistema operativo da reinstallare e scheda video bruciata).
"Ciao, visto che sei un architetto, volevo sapere se hai tempo 10 minuti in pausa pranzo. Mi hanno fatto quattro diversi progetti per ristrutturare casa e non sono sicuro di quale sia la proposta migliore."
E potremmo continuare con moltissimi altri esempi simili.
In tutti questi casi ora possiamo semplicemente inviare al furbacchione di turno questo modulo e chiedergli di compilarlo. Magari ha delle nobili motivazioni; e in così almeno si mette in chiaro la situazione fin dall'inizio.

Come utilizzare il modulo
Potete scaricare il file d'immagine del modulo e inviarlo via email allo pseudo-cliente alla prima avvisaglia. In alternativa potete stamparne alcune copie da tenere in studio e da mettere in sala d'attesa, assieme ai giornali di gossip.
Se avete un sito professionale, potete anche aggiungere alla pagina "contatti" una frase del tipo: "...se invece cercavi consulenza gratuita, allora clicca qui e compila il modulo" e collegarla al seguente link: http://aliprandi.blogspot.com/2014/01/modulo-consulenza-gratuita.html.

Ecco il modulo.


http://aliprandi.blogspot.it/2014/01/modulo-consulenza-gratuita.html


Leggi anche:
- L'avvocato dell'Internet: epic fail 
- Lavoro intellettuale o nobile hobby?
- Creativo? Ti conviene andare in fabbrica


Modulo standard per la richiesta di consulenza gratuita

 

ad uso di chiunque svolga professioni intellettuali
(architetti, avvocati, psicologi, informatici...)




mercoledì 22 gennaio 2014

Usare licenze open non è difficile. Eppure...


Wired Italia toglie la licenza CC dal sito e fa un pasticcio. Ma è così difficile usare correttamente le licenze?

Faccio subito una premessa: a me Wired è sempre piaciuta come rivista. La conobbi la prima volta quando nel 2004 promosse The Wired CD, uno dei primi e più importanti esempi di compilation di musica sotto licenza Creative Commons, diffusa su scala internazionale.
Fu così che quando Condè Nast decise di inaugurare nel 2009 l'edizione italiana, io non esitai ad abbonarmi; e da quel momento ho sempre rinnovato l'abbonamento biennale fino ad oggi.
Nel 2010 accolsi con estrema soddisfazione l'annuncio fatto pubblicamente da Riccardo Luna (primo direttore) di sposare il modello open content. Iniziarono a comparire sulla rivista vari articoli sul mondo open e al sito Wired.it venne applicata una licenza Creative Commons. Ottimisticamente speravo che prima o poi anche la rivista cartacea avrebbe fatto quel passo, quantomeno su alcune specifiche rubriche o su singoli articoli, dedicati appunti ai temi dell'openness e delle nuove forme di diritto d'autore. In fondo, sarò un pedante, ma considero un atto di coerenza che, quando si scrive di certi temi, l'autore e l'editore siano i primi a dare il buon esempio. Forse qui chiedo troppo, quindi tralasciamo.
Purtroppo non fu così; quindi dovetti accontentarmi di vedere solo il sito sotto CC. Era comunque un buon compromesso, dal momento che sul sito c'erano comunque buoni contenuti, spesso sulla falsariga di quelli presenti sulla rivista.
Nelle scorse settimane, mi capita di tornare sul sito e di notare che è stato fatto un sostanziale restyling del sito web; presto mi accorgo che il link alla licenza Creative Commons è scomparso. Quindi il mio sesto senso di giurista-nerd mi porta presto alla pagina “Condizioni di utilizzo” dove scopro che l'unico residuo riferimento alla licenza Creative Commons è nella sezione “Utilizzo dei materiali e delle informazioni fornite dall'utente”.
In pratica, i contenuti originali del sito risultano così sotto full copyright (tutti i diritti riservati), mentre l'utente che carica contenuti e scrive commenti deve accettare di farlo nei termini della licenza CC Attribuzione Non Commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia. A parte che non si capisce come mai si stata scelta una versione 2.5, quando siamo già arrivati alla 4.0, e che le linee guida per l'uso della licenza richiedono che sia indicato anche il link al testo dove possibile (e lì il link manca)... Ma il problema più sostanziale è che il meccanismo voluto da quei termini d'uso non funziona molto, dato che contraddice i termini stessi della licenza e quindi crea una contraddizione nelle condizioni che l'utente dovrebbe accettare.
Leggiamo il paragrafo in questione:
Con la semplice messa on line (o trasmissione) del Materiale sul Sito (o suo invio a Condé Nast), aderisci espressamente al sistema di licenza Creative Commons, nella sua versione “Attribuzione Non Commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia”, i cui dettagli sono liberamente consultabili sul sito di Creative Commons. Sei consapevole che in virtù di tale licenza Condé Nast avrà la facoltà di fare qualsiasi uso del Materiale in tutto il mondo e senza limiti temporali – con ogni più ampia facoltà di cedere o concedere tale diritto in sub-licenza a soggetti terzi – a fronte della sola attribuzione della paternità del Materiale.

Innanzitutto non si capisce bene la vera natura di questo “diritto di sub-licenza” e soprattutto la sua effettiva compatibilità con quanto stabilito dalla licenza. Poi la frase “a fronte della sola attribuzione della paternità del Materiale” non sta in piedi, dato che la licenza scelta impone altre condizioni rispetto alla sola “attribuzione”.
Il dubbio che mi viene è che chi ha redatto quei termini d'uso non abbia molto chiaro il senso delle licenze Creative Commons.
Detto questo, bisogna anche dire che l'editore di Wired è libero di scegliere il modello di gestione del diritto d'autore che risulti più adatto al suo modello di business; ci mancherebbe. Personalmente non condivido questi cambi di rotta, ma è legittimo e giuridicamente. Però, che almeno venga fatto in una maniera che risulti giuridicamente corretta. A mio avviso, un “accrocchio” giuridico come quello che si legge oggi nelle condizioni lo si può trovare sul sito di una piccola associazione culturale o di una band indipendente, ma non su quello di una delle principali case editrici del pianeta, che sicuramente ha al suo interno un ufficio legale.
Poi pensiamo ad un altro aspetto del problema, che forse è l'aspetto principale. Qual è il destino dei contenuti che in questi quattro anni sono stati pubblicati con licenza CC? Con questo quesito in testa, vado nella sezione blog del sito dove l'amica Flavia Marzano tiene un utile blog di notizie e commenti sul mondo open, e scopro che anche lì è sparito il riferimento alla licenza, e addirittura il link alle condizioni di utilizzo è “rotto”. Rimango ulteriormente perplesso.
Tuttavia, lungi da me “crocifiggere” i giuristi di Condè Nast. Tutti possono commettere imprecisioni e tutti possono riparare, come spero facciano al più presto.
Ma questo episodio mi offre l'occasione di riflettere pubblicamente su un tema a me caro e su cui forse risulto un po' bacchettone; mi chiedo cioè: ma è davvero così difficile utilizzare correttamente le licenze open?
Il caso di Wired (che appunto ha l'aggravante di avere tutte le risorse per fare le cose nel modo corretto) è solo uno dei tanti casi di uso “fantasioso” di licenze open, (al di là che si tratti di licenze per contenuti, come le Creative Commons, o di licenze per progetti software, come la GPL. Basta leggere gli archivi delle liste ufficiali di CC per trovare regolari segnalazioni in tal senso.
Io mi occupo di questo tema (sia come avvocato sia come divulgatore) da un bel po' di anni ormai e devo ammettere che all'inizio le informazioni che circolavano erano poche, non chiare e difficili da trovare. Ora però la rete pullula di manuali, guide pratiche, articoli divulgativi, filmati esplicativi, saggi scientifici che spiegano come operare. Ci sono anche numerosi forum online (sulle mailing list e sui social network) nonché veri e propri sportelli di consulenza gratuiti a cui rivolgersi.
Quindi basta davvero un piccolo sforzo intellettuale e un po' del nostro tempo per entrare nell'ottica giusta. Se non si ha voglia di fare questo sforzo, ci sono consulenti specializzati (anche detti avvocati) che possono offrire il loro contributo sotto forma di prestazione professionale. Ma l'opzione “tutto subito, tutto gratis, tutto senza fatica”, benché sia molto di moda in Internet, non è contemplata, mi spiace.
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Articolo uscito sul sito di Open Knowledge Foundation Italia il 22 gennaio 2014.

martedì 21 gennaio 2014

Non pagare la SIAE? A volte si può. Ecco quando

Il dubbio (legittimo) che attanaglia musicisti, produttori e organizzatori di eventi quando hanno a che fare con la burocrazia SIAE è sempre lo stesso: ma certi adempimenti sono sempre obbligatori? Cerchiamo di fornire alcune indicazioni per illuminare questo impervio sentiero.

(articolo uscito su LaLeggePerTutti il 21 gennaio 2014; vedi originale)



Ne abbiamo parlato fino alla sfinimento sulle pagine di questo blog, sulla rubrica "Chiedilo all'avvocato" di Rockit e in generale nei forum e social network dedicati al diritto d'autore e al diritto dello spettacolo.
Il 2013 è stato l'anno in cui il dibattito sul ruolo della SIAE si è fatto più acceso, fino ad arrivare a vere e proprie raccolte di firme e campagne di sensibilizzazione sul tema.

Ma è sempre obbligatorio...?

Il dubbio principale che sembra ossessionare gli operatori del settore (musicisti, interpreti, organizzatori di eventi, produttori, gestori di locali...) si riassume nella domanda: "è sempre obbligatorio fare X?"... dove X sta per uno degli svariati adempimenti (iperburocratizzati e spesso fuori dal tempo) che passano per la longa manus di SIAE: permessi, licenze, borderò, bollini...
Mi sono trovato attorno a un tavolo (fisicamente e virtualmente) con le persone più preparate in Italia sul tema, eppure nessuno si è mai sentito di fornire risposte univoche, per il semplice fatto che le norme non sono chiare. Una malattia generalizzata del sistema normativo italiano, ma che in questo caso si fa ancora più acuta.
Abbiamo pure scomodato politici di livello nazionale per cercare di risolvere la questione con una riforma chiarificatrice... ma ad oggi non si è arrivati ad una soluzione (nonostante qualcosa effettivamente stia iniziando a muoversi a livello parlamentare).
Allora?! Cosa possiamo fare?
Da un lato attendere che il tempo faccia il suo corso (e confidare nella riforma che presto verrà imposta dall'Unione Europea sul tema). Dall'altro... possiamo svegliarci e guardarci attorno, vedendo che in realtà, già nella situazione in cui siamo ora, ci sono casi chiari in cui l'ingerenza della SIAE può essere esclusa o quantomeno ridotta.
Riprendendo l'utile articolo riassuntivo "Siae, guida pratica all’esenzione" di V. Cesari, ricordiamo innanzitutto che la SIAE non può pretendere nulla su opere di autori che non le hanno affidato la gestione dei propri diritti. Quindi se utilizziamo musiche o opere i cui diritti sono scaduti oppure i cui diritti sono gestiti con strumenti alternativi (ad esempio le licenze Creative Commons) è opportuno tenere gli occhi bene aperti prima. Ecco i casi principali.

Caso 1: opere in pubblico dominio

Per fortuna il diritto d'autore non è eterno; arriva un momento nella vita di un'opera creativa in cui scade il termine di tutela previsto dalla legge ed essa diventa appunto di pubblico dominio, ovvero diventa patrimonio dell'umanità e nessuno può chiedervi royalties per il suo sfruttamento.
E' il caso comune della musica classica o della musica popolare. E su questo punto di rimanda al testo della lettera che nel 2006 la Direzione Generale SIAE ha diramato alle sue sedi periferiche, relativamente all'abolizione del cosiddetto "diritto demaniale" (vedi testo del comunicato).
Si segnala anche il testo dell'accordo tra UNCALM (Unione Nazionale Circoli e Associazioni Liriche e Musicali) e SIAE, nel quale sono dettagliati chiaramente i casi in cui non è obbligatorio chiedere il permesso SIAE.
E sempre nello stesso articolo si trovano due utilissimi modelli di lettera-autocertificazione ad uso degli organizzatori di eventi.

Caso 2: opere con licenze libere

Prima che i diritti d'autore giungano alla loro scadenza naturale, gli autori possono decidere di rilasciare le proprie opere con licenze che ne consentano il libero utilizzo e la libera diffusione. Ci sono varie licenze che possono svolgere questa funzione e le più conosciute sono le licenze Creative Commons (per chi non conoscesse ancora questo mondo, consiglio la visione di questo ottimo filmato divulgativo).
In questo caso, i diritti non sono scaduti, ma l'autore ha comunque deciso di non demandare la loro tutela alla SIAE (o ad altro ente equivalente); ha preferito "autogestire" i suoi diritti, applicando all'opera una di quelle licenze.
Anche in questo caso (ovviamente dimostrando la presenza di tali licenze), la SIAE non deve pretendere alcunché.
Attualmente non sono ancora disponibili solidi modelli di lettera-autocertificazione per questa fattispecie, ma nelle prossime settimane verrà pubblicato un apposito vademecum rilasciato da Creative Commons Italia.

Il database delle opere SIAE

Ma con tutta la musica che viene prodotta massivamente, come faccio a sapere se una determinata opera è sotto tutela/gestione SIAE o meno?
Dal 15 settembre 2008 la SIAE ha reso accessibile a tutti, direttamente sul proprio sito web, l'archivio di Opere Musicali italiane e straniere da essa tutelate e gestite; ecco il link: http://operemusicali.siae.it/OpereMusicali/start.do?language=it. Se avete dubbi sullo status dei diritti di un'opera musicale, potete quindi fare una verifica voi stessi.

Altri spunti per approfondire

- La controversa questione del borderò SIAE 
- Il mito dell’alternativa SIAE/Creative Commons
- L’alternativa alla SIAE (articolo del musicista Andrea Caovini)
- E' ufficiale: il borderò non va compilato per opere non SIAE. La "bufala" che tanto bufala non era (articolo di Adriano Bonforti)

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SIAE e diritto d'autore: è ora della riforma. Mozioni bomba alla Camera

E' una notizia freschissima e dirompente, che rientra nella scia del fermento in atto in queste settimane sulla materia diritto d'autore. Alcuni parlamentari (in totale 50) di Scelta civica, SEL, M5S, Nuovo Centro Destra e Lega Nord hanno formalmente chiesto, attraverso varie mozioni, che il Governo metta finalmente mano ad una riforma della SIAE e in generale del diritto d'autore, per adattarne i principi e meccanismi di funzionamento all'attuale mercato digitale.
Tra le istanze vi è ovviamente quella più discussa: la fine del regime di monopolio in cui versa la SIAE per effetto dell'art. 180 della legge 633/41. Ma non solo. Dal dibattito parlamentare di ieri (lunedì 20 gennaio 2014) pare che davvero sia giunto il momento per ridefinire in toto la legge sul diritto d'autore (che, pur con vari aggiornamenti, risale al 1941) e redigerne un nuovo testo, di nuova ispirazione.
Ciò è quanto si deduce dal verbale dei lavori della Camera dei Deputati, dove si legge che alle ore 13.30 l'On. Andrea Romano (Scelta Civica) ha preso la parola per illustrare la mozione n. 1-00168 (una delle cinque mozioni presentate) di cui si è fatto portavoce, sottolineando quanto segue.
Il punto è, cari colleghi, che in Italia le modalità attraverso le quali si tutela il diritto d'autore risalgono, dal punto di vista legislativo, ad un'età molto molto antica, nello specifico al 1941.
È, appunto, del 1941 la legge che ha creato la SIAE, la Società italiana degli autori e degli editori, e normato da allora in avanti, con piccole modifiche successive, le modalità attraverso cui il diritto d'autore è tutelato. Ma è giunto davvero il momento – non sono naturalmente io il primo a dirlo, ma si è detto e ripetuto negli anni scorsi, senza mai tuttavia arrivare ad una nuova legge che innovasse in maniera strutturata il campo del diritto d'autore –, in questa legislatura, di produrre finalmente una nuova legge per la tutela del diritto d'autore.Non è soltanto una questione cronologica che ci impone di farlo e, quindi, i molti decenni che sono trascorsi dal 1941, ma ce lo impone quanto è accaduto intorno a noi sul campo specifico della produzione culturale. Basti pensare – ed è il primo elemento a cui, qui in quest'Aula e fuori dall'Aula, si pone attenzione – alle forme di produzione digitale della cultura, ai cambiamenti di modelli di business, al modo in cui oggi, diversamente dal 1941, ogni produttore di cultura è naturalmente più libero, in qualche modo, di arrivare a fornire la propria opera all'utilizzatore, e tuttavia come poi questa forma di produzione venga ancora tutelata, per l'appunto, da norme assolutamente vetuste.
Un'altra delle cinque mozioni è stata presentata dal Movimento 5 Stelle; il suo senso è riassunto dall'On. Simone Valente (portavoce del movimento alla Camera) in un post su Facebook:
Oggi abbiamo presentato e discusso la mozione M5S per riformare la SIAE ed il diritto d'autore.
In sostanza chiediamo una maggior tutela per i piccoli artisti, che oggi, per colpa di un assurdo statuto approvato con un decreto del governo Monti, sono schiacciati dai grandi interessi economici. Inoltre abbiamo chiesto di tener conto della sempre maggior evoluzione digitale e delle nuove licenze open (Creative Common, Copyleft, Fair Use).
Oggi in SIAE vige il principio del "un euro = un voto", chi versa più soldi alla SIAE, ha più peso decisionale e ha i maggiori benefici. Il piccolo artista è schiacciato fuori!
I temi caldi ci sono tutti e sono proprio quelli di cui si è discusso tanto in rete negli scorsi mesi.
Ora non ci resta che attendere le determinazioni del Governo, il quale -- ci auguriamo -- questa volta non potrà più soprassedere. Forse è la volta buona.

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lunedì 20 gennaio 2014

Le licenze Creative Commons sono irrevocabili?

In che senso si dice che le licenze Creative Commons sono irrevocabili?


RISPOSTA
Il tema è molto controverso e giuridicamente complesso da comprendere. Userò una metafora che solitamente funziona.
Le licenze CC e le altre licenze dello stesso genere sono più simili ad una concessione di permesso (atto unilaterale) che ad un vero e proprio contratto (come spesso si usa dire per semplificare). Pensiamo ad una nostra opera creativa come al giardino di casa nostra; un giardino di quelli all'americana, senza rete o siepi che lo delimitano, direttamente confinante con il marciapiede.
Possiamo apporre all'ingresso del prato un cartello con scritto
“questo giardino è di Pinco Pallino; tuttavia l'accesso e la sosta su questo giardino sono liberi a condizione che non cogliate i fiori e non accendiate fuochi”
Questo cartello nella metafora rappresenta proprio la licenza. La gente dunque inizia a fermarsi su questo giardino e ad invitare anche altre persone. Può farlo, il cartello lo consente. Un giorno però ci accorgiamo che tutta quella gente fa rumore e non fa dormire la nostra anziana nonnina. Pur a malincuore, decidiamo di rimuovere quel cartello e di sostituirlo con la scritta
“questo è un giardino privato; vietato l'accesso”
Posso farlo. Il giardino è mio. Non devo giustificarmi con nessuno.
Ecco, questo è esattamente ciò che può succedere con una licenza CC.
La differenza di fondo è che, trattandosi di opere dell'ingegno e non di giardini, la gente può comunque conservare copie della nostra opera riportanti la licenza e continuare ad utilizzarla liberamente secondo i termini della licenza stessa. Possiamo facilmente togliere dal nostro sito il link alla licenza, ma non possiamo andare nelle case delle persone che hanno un nostro libro rilasciato sotto licenza CC a strappare la pagina con l'indicazione della licenza.
Dunque, le licenze CC tecnicamente sono revocabili. Tuttavia, una volta diffuse copie dell'opera con l'indicazione della licenza, esse continueranno a circolare e ad essere riutilizzate legittimamente. Dunque non sono revocabili sulle copie già in circolazione, ma solo sulle copie che verranno diffuse dopo la modifica.
Attenzione però che, se si tratta di un'opera semplicemente diffusa sul web (ad esempio gli articoli di un blog), di fatto la rimozione della licenza può avvicinarsi molto ad una revoca della licenza. Infatti in quel caso sarebbero coloro che hanno riutilizzato gli articoli ad avere l'onere di provare che, prima di quel cambio di rotta, il blog era sotto licenza libera e non sotto full copyright.
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puntata n. 40 della rubrica "Chiedilo all'avvocato" per il sito Rockit.it. Vedi fonte originaria
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Finalmente c’è fermento sopra il diritto d’autore. Di tutti, non solo degli addetti

Si muovono fondazioni, ministri, commissioni e commissari. Abbiamo anche la possibilità di dire la nostra in Europa.
Articolo uscito su Apogeonline il 20 gennaio 2014 e rilasciato con licenza CC by-sa.




Una volta per tutte il diritto d’autore non è più percepito come un tema riservato agli addetti ai lavori e si è compreso quanto le sue vicende siano legate a doppio filo con quelle più ampie della cosiddetta società dell’informazione. Sono in corso proprio in questi giorni varie e interessanti iniziative, sia divulgative che politiche. È appena trascorsa la settimana del copyright, un’iniziativa di divulgazione e sensibilizzazione proposta da Electronic Frontier Foundation e sostenuta da quasi tutti gli enti del settore (Creative Commons compresa). Al suo interno si è tenuto anche un Open Access Day (celebrato il 15 gennaio) nel quale qualcuno ha finalmente fatto presente con un messaggio forte e chiaro che per un autentico open access non basta il semplice accesso aperto (nel senso di gratuito) ad un contenuto digitale, ma è fondamentale che vi siano una chiara e persistente policy di licenze open che attribuisca agli utenti veri e propri diritti di riutilizzo sul contenuto.
In casa nostra, sempre negli stessi giorni, sono arrivate due notizie: la buona, il ministro Massimo Bray ha frenato sulla proposta dell’aumento del compenso per copia privata proposta da SIAE; la cattiva, il dibattito parlamentare sul discusso regolamento AGCOM è stato di fatto soffocato.
Tuttavia, se le istituzioni italiane sembrano sempre avere qualcosa di più urgente di cui discutere rispetto al diritto d’autore, le istituzioni europee invece danno tutt’altro segnale. A dicembre è stata infatti lanciata una consultazione pubblica specificamente dedicata al diritto d’autore, dalla quale la Commissione Europea estrarrà indicazioni essenziali per imbastire una riforma del diritto d’autore su scala transnazionale.
A ricordarci l’importanza di questa consultazione e la scadenza imminente per la sua compilazione (5 febbraio) è la stessa Neelie Kroes, lady di ferro della Commissione Europea, che si è fatta carico di tutti i temi della cosiddetta Agenda Digitale Europea:
Un efficace e moderno sistema di diritto d’autore può ricoprire un ruolo significativo nell’assicurare un vivace mercato unico europeo per i contenuti online; per non parlare della promozione dell’educazione, della scienza e della nostra economia più in generale. C’è anche bisogno di stimolare l’innovazione e promuovere la produzione di nuovi contenuti creativi.
So che esistono molti punti di vista diversi in merito alla modernizzazione del diritto d’autore; spero dunque che si possano ascoltare molte voci diverse nella nostra consultazione.
L’occasione è unica e va colta. Bisogna ammettere che rispondere a tutte le domande risulta impegnativo, considerata la lunghezza del questionario e stante la documentazione ufficiale disponibile solo in inglese, francese e tedesco; tuttavia in rete ci sono guide (come ad esempio quella curata dal Partito Pirata Italiano e quella curata da Open Knowledge Foundation) che aiutano nella compilazione e nella comprensione dei quesiti.

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Per chi fosse interessato al tema, ricordo che anch'io nel mio piccolo avevo lanciato un sondaggio online (per la mia tesi di dottorato) sulla percezione del diritto d'autore da parte degli utenti. I risultati completi della ricerca sono disponibili online in modalità open access: http://copyrightsurvey.blogspot.com/


domenica 19 gennaio 2014

Guida illustrata per capire l'esperienza del dottorato di ricerca

In rete circola un simpatico post (a firma di Matt Might) che spiega, attraverso un'arguta ed efficace metafora ad immagini, che tipo di esperienza cognitiva sia frequentare e ottenere un dottorato di ricerca (anche detto Ph.D.) e di quale sia in generale il suo impatto sulla conoscenza umana.

Se stai facendo/hai fatto un dottorato devi assolutamente guardarlo. Consigliabile anche da mostrare alle persone che ti chiedono: "ma quindi il dottorato a cosa serve?! Non eri mica già dottore?"

Ecco il link al post originario, con tutta la sequenza di immagini: www.businessinsider.com.au/the-illustrated-guide-to-a-phd-2012-3

giovedì 16 gennaio 2014

Creativo? Ti conviene andare in fabbrica

Volevo fare un post sugli ormai celeberrimi filmati del giardiniere, dell'idraulico e dell'antennista che non vengon pagati perchè "non c'è budget"... ma direi che ormai sono così famosi e virali che non hanno bisogno dei miei 2 cents.
In compenso farò un post sui vari articoli e post circolati in questi giorni per criticare quei video e in generale per fare la morale ai creativi che li diffondono in rete con lo scopo di riaffermare in modo ironico il loro "diritto" (o presunto tale) ad essere retribuiti per il lavoro svolto.

Innanzitutto ai geni dell'economia e della sociologia che sottolineano che "non si possono paragonare i lavori creativi ai lavori tecnico-artigianali dico "Grazie! c'era bisogno del vostro suggerimento. Da soli non potevamo capirlo."
E' ovvio che la campagna ha fatto un paragone forzato e lo ha fatto volutamente per far arrivare meglio il messaggio... e ha stemperato questa forzatura grazie all'ironia (decisamente ben riuscita) che fa da sfondo ai tre filmati.

Tra i vari commenti letti ho trovato alcune constatazioni legittime relative al fatto che in un'economia di mercato nessuno ha un vero e proprio diritto ad essere retribuito. Ok. Questo lo sappiamo e i creativi dovranno farsene una ragione.
Ho trovato però anche alcuni commenti particolarmente fastidiosi e miopi, tra cui principalmente uno che dice:
caro amico “creativo”, se vuoi saltare la parte in cui dimostri di meritarti di venire pagato per il tuo lavoro e arrivare subito alla parte in cui vieni pagato per il tuo lavoro ti conviene andare in fabbrica.[1]
Chi ha scritto questa cosa non considera due risvolti essenziali del mondo reale:
1) le fabbriche di cui parla o stanno chiudendo/licenziando, o stanno assumendo solo stranieri con basse pretese economiche, oppure si stanno spostando in qualche paese lontano. Quindi, quand'anche questi creativi avessero avuto una mezza idea di andare a lavorare lì, non avrebbero avuto le porte aperte.
2) i creativi in questione sono diventati creativi non tanto perché avevano da spendere "20.000 euro per studiare" (come dice l'autore del post), ma anche perché cresciuti in una società e in famiglie che fin da bambini hanno messo loro in testa valori distorti relativi al mondo del lavoro e dell'economia reale.

Se fin da bambino vieni imbottito di boiate tipo "studia perché senza un pezzo di carta non sei nessuno" oppure "non vorrai mica finire a fare l'operaio?! studia e cerca di fare carriera"... è ovvio che non prendi in considerazione lavori artigianali o manuali.
Le persone più serene che conosco sono amici che tornano a casa la sera con le mani sporche di grasso e i vestiti sudati... e guarda caso sono figli di genitori che hanno insegnato loro che fare l'operaio, il meccanico, il panettiere non ha nulla di squalificante rispetto a fare il designer, l'avvocato, il ricercatore.

E' assurdo crescere intere generazioni, caricando gli adolescenti di aspettative intellettuali per poi dir loro, una volta che hanno raggiunto i loro obbiettivi e quindi tendenzialmente è TROPPO TARDI per tornare sui propri passi, "beh, bravo... però c'è una cosa che ci siamo dimenticati di dirti: spazio per te non ce n'è. Forse era meglio se andavi subito in fabbrica."
Se a uno parte la nevrosi non lo si può biasimare. Quindi almeno lasciamogli il diritto di lamentarsi e incazzarsi.

[1] https://medium.com/p/6f57d95181fc

mercoledì 15 gennaio 2014

Se non basta la legge, ecco le linee guida

Arrivano anche le linee guida per l’adozione del software open nella pubblica amministrazione. Non se ne vanno i pregiudizi.

Nel mondo ideale, l’adozione di una legge dovrebbe essere sufficiente per far capire ai cittadini gli obblighi da essa derivanti e quali le sanzioni per la loro non osservanza. Nel mondo reale (specie italiano) oltre alla legge è... [continua]

Articolo uscito su Apogeonline il 15 gennaio 2014.
Leggilo qui.

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Finalmente sono state approvate e pubblicate le linee guida per l'adozione di software open source nella pubblica amministrazione (secondo il disposto dell'art. 68 CAD).
É una notizia importante perché adesso davvero i decisori pubblici non hanno più alibi tecnici da opporre e l'obbligo è effettivo e giuridicamente chiaro. Prego tutti coloro normalmente impegnati nella divulgazione dei temi legati alle tecnologie open di diffondere il più possibile la notizia. Possibilmente anche presso canali stranieri dato che, almeno su questo tema, l'esempio italiano può essere considerato una best practice da cui prendere spunto.

Se vi è più comodo potete diffondere i link di queste news che ho pubblicato quest'oggi (nelle quali ho condensato tutti i riferimenti utili):

italiano: Se non basta la legge, ecco le linee guida - http://www.apogeonline.com/webzine/2014/01/15/se-non-basta-la-legge-ecco-pronte-le-linee-guida

inglese: The Italian government publishes the official guidelines for adopting FOSS in public sector - http://openisfree.blogspot.com/2014/01/italian-foss-guidelines.html

martedì 14 gennaio 2014

Startup che vivono sui confini del diritto: l’esempio di AirBnB

Si parla tanto di agenda digitale e di nuovi modelli di business che Internet consente, si decantano le magnifiche e progressive sorti delle startup. La realtà però sembra ben meno poetica. Di recente si è molto parlato di Uber, servizio di.. [continua]


Articolo uscito su MySolutionPost il 13 gennaio 2014.
Leggilo qui.









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lunedì 13 gennaio 2014

Accesso aperto in Italia: tra sogno e realtà

Antonella De Robbio ci offre una completa ricostruzione del quadro normativo italiano in materia di open access.
(Versione originale disponibile qui; licenza: CC by 3,0 unported)
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Uno sguardo retrospettivo e la necessità di una norma

A distanza di nove anni dalla Dichiarazione di Messina [1] formulata per promuovere l’adesione delle università italiane alla ”Dichiarazione di Berlino per l’accesso aperto alla letteratura scientifica” [2], l’Italia si è finalmente dotata di una “Legge OA” sull’accesso aperto alla ricerca. La Legge 7 ottobre 2013, n. 112 [3] - di conversione del Decreto Legge 9 agosto 2013 n. 91 “Disposizioni urgenti per la tutela, la valorizzazione e il rilancio dei beni e delle attività culturali e del turismo” - che introduce l'open access come percorso "obbligato" nelle ricerche finanziate con fondi pubblici, è ormai una realtà e l’impatto in termini organizzativi che deriva dalla sua applicazione avrà ripercussioni di una certa rilevanza negli ambienti bibliotecari. Sebbene sia arduo definire “legge” il disposto normativo in questione, si tratta comunque di una novità piuttosto rilevante da accogliere con favore, sia dal punto di vista formale sia da quello organizzativo.

Nel corso di questo decennio la comunità scientifica accademica da più parti aveva in più modi riconosciuto l’importanza dell’accesso pieno e aperto alle informazioni e ai dati: tramite l’organizzazione di una serie di iniziative che si sono collocate a vario livello entro le istituzioni e attraverso l’attuazione di attività concrete che hanno preso corpo entro gruppi di lavoro nazionali e locali. Tali attività in particolare hanno prodotto un background tecnico di archivi aperti istituzionali (institutional repository IR) [4] ben consolidati entro un’infrastruttura organizzativa che poggia sulle solide basi dell’interoperabilità del protocollo OAI-PMH. A corredo in questi anni il gruppo Open Access della CRUI [5] ha elaborato ha elaborato anche tutta quella documentazione - raccomandazioni, linee guide, regolamenti, politiche e piani di sviluppo - indispensabile ad una corretta condivisione di buone prassi al fine di ottimizzare tempi, risorse e processi, generando tutto quel know-how utile a creare un fervido movimento italiano in connessione con l’Europa.
A questo punto c’era bisogno di una norma che una volta per tutte sancisse – entro un quadro normativo – la necessità di rendere disponibili in accesso aperto i risultati delle ricerche finanziate con fondi pubblici.

Punti di forza e punti di debolezza della norma

In Italia la clausola è collocata entro un quadro normativo che si riferisce ai beni culturali. Il disposto infatti è collocato entro l’art. 4 del decreto “valore-cultura” che è rubricato come “Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo delle biblioteche e degli archivi e per la promozione della recitazione e della lettura”, come se l’accesso aperto possa favorire l’accrescimento delle biblioteche piuttosto che della ricerca. Semmai saranno le biblioteche che attraverso gli strumenti e le vie dell’accesso aperto possono favorire lo sviluppo della ricerca.

Articolo 4, commi 2, 3 e 4 (testo coordinato) legge 112/2013

«2. I soggetti pubblici preposti all’erogazione o alla gestione dei finanziamenti della ricerca scientifica adottano, nella loro autonomia, le misure necessarie per la promozione dell’accesso aperto ai risultati della ricerca finanziata per una quota pari o superiore al 50 per cento con fondi pubblici, quando documentati in articoli pubblicati su periodici a carattere scientifico che abbiano almeno due uscite annue. I predetti articoli devono includere una scheda di progetto in cui siano menzionati tutti i soggetti che hanno concorso alla realizzazione degli stessi. L’accesso aperto si realizza:
a) tramite la pubblicazione da parte dell’editore, al momento della prima pubblicazione, in modo tale che l’articolo sia accessibile a titolo gratuito dal luogo e nel momento scelti individualmente;
b) tramite la ripubblicazione senza fini di lucro in archivi elettronici istituzionali o disciplinari, secondo le stesse modalità, entro diciotto mesi dalla prima pubblicazione per le pubblicazioni delle aree disciplinari scientifico-tecnico-mediche e ventiquattro mesi per le aree disciplinari umanistiche e delle scienze sociali.
2-bis. Le previsioni del comma 2 non si applicano quando i diritti sui risultati delle attività di ricerca, sviluppo e innovazione godono di protezione ai sensi del codice di cui al decreto legislativo 10 febbraio 2005, n. 30;
3. Al fine di ottimizzare le risorse disponibili e di facilitare il reperimento e l’uso dell’informazione culturale e scientifica, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca adottano strategie coordinate per l’unificazione delle banche dati rispettivamente gestite, quali quelle riguardanti l’anagrafe nazionale della ricerca, il deposito legale dei documenti digitali e la documentazione bibliografica
4. Dall'attuazione delle disposizioni contenute nel presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le pubbliche amministrazioni interessate provvedono con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente»

Certo sarebbe stato opportuno un richiamo alla legge sul diritto d’autore, norma di rango molto forte in Europa e anche in Italia, collocata in alto entro la gerarchia delle fonti normative. Meglio sarebbe stato prevedere una specifica eccezione inserita nel capitolo V della legge italiana sul diritto d’autore, che si riferisce alle eccezioni, formulazioni obsolete che attualmente lasciano poco spazio alla libera ricerca e didattica.
Inoltre una norma sull’accesso aperto alla ricerca avrebbe dovuto essere incardinata entro una legge emanata dal ministero competente per la ricerca, il MIUR, Ministero dell’Università e della Ricerca e non collocata in un articolo – in modo piuttosto casuale – che riguarda i beni museali. Se poi si considera che i commi che riguardano l’OA sono posti in seguito ad un primo comma che riguarda la lettura nelle biblioteche pubbliche delle opere letterarie, questo la dice lunga sulla confusione concettuale di chi ha formulato l’intero articolo: lettura nelle biblioteche pubbliche in parallelo con la possibilità di una “lettura pubblica” di articoli scientifici. Chi volesse andare a vedere gli emendamenti al Senato si accorgerebbe con sgomento come l’idea di accesso aperto sia – in quella sede – totalmente stravolta nel suo significato più profondo e come in certi casi si siano approvati emendamenti volti a cambiare il significato di termini tecnici che avevano un loro specifico significato semantico a favore di terminologie sui generis che comporteranno non poche difficoltà in termini di applicazioni pratiche [6].
In particolare le critiche sono sorte in riferimento all'allungamento posto al periodo di embargo che nel testo normativo è fissato in 18 mesi per le pubblicazioni delle aree scientifico-tecnico-mediche e 24 mesi per le aree umanistiche e delle scienze sociali, un periodo molto distante dai 6/12 mesi richiesti dalle raccomandazioni europee del 12 luglio 2012 [7]. L’embargo è un periodo di tempo – stabilito dalle politiche di ciascun editore e per ciascuna rivista - durante il quale il lavoro depositato in un respository istituzionale risulta secretato ed accessibile solo per la parte dei metadati. Mantenere un embargo più lungo rispetto ad altri Paesi comporterebbe un tasso di citazioni più basso per le pubblicazioni degli autori italiani, una restrizione che non gioverebbe di certo, in termini di impatto, alla ricerca del nostro Paese, soprattutto in vista dei recenti e futuri esercizi della ricerca in Italia.
Un altro punto debole sta nella mancanza di riservare un finanziamento adeguato, criticità che denota la mancanza di una volontà politica che davvero promuova e attui l’accesso aperto. La norma infatti dispone che non ci debbano essere nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
Ma come ci dice Roberto Caso, giurista a Trento “il confine della formalizzazione legislativa del principio è oramai varcato ed è possibile solo muoversi oltre: applicando il dettato della legge” anche se la formulazione finale non è la migliore possibile e quindi anche la conseguente applicazione pratica potrebbe comportare dubbi, incertezze, ambiguità in quanto il disposto “costituisce un’applicazione molto parziale della politica europea in materia di Open Access e mischia elementi (non i migliori) presi dai vari modelli legislativi di riferimento” [8].

Il confronto con la norma tedesca

In termini di confronto con la parallela norma tedesca, va innanzi tutto osservata la semplice linearità del disposto normativo tedesco – rispetto alla contorta formulazione italiana - il quale, come sottolinea Maria Chiara Pievatolo è volto alla piena tutela degli autori contro i soprusi degli oligopoli. “Non obbliga all'OA, ma libera gli autori, usando sottilmente il diritto, originario, dell'autore contro quello, derivato, dell'editore. Visto che la retorica dei sostenitori del copyright si fonda sempre sui poveri autori e mai sui ricchi editori, il legislatore tedesco spunta sottilmente quest'arma: Der Teufel steckt im Detail :-)” [9].

L’autore di un contributo scientifico che ha avuto origine nell’ambito di un’attività di ricerca e insegnamento finanziata almeno per metà da fondi pubblici ed è pubblicato in una collezione che esce periodicamente almeno due volte l’anno ha il diritto - anche se ha concesso all’editore o al curatore un diritto d’uso esclusivo – di rendere pubblicamente accessibile, dopo la scadenza di dodici mesi dalla prima pubblicazione, il contributo nella versione del manoscritto accettato, fin tanto che non serva a uno scopo commerciale. La fonte della prima pubblicazione deve essere indicata. Un accordo divergente a detrimento dell’autore è senza effetto.

In effetti la formulazione tedesca racchiude due nuclei ben congegnati tra loro: - responsabilizza gli autori che a questo punto - liberati dai legacci di contratti editoriali che li obbligano a cessioni dei diritti per i soliti noti motivi - hanno il diritto di rendere pubblicamente accessibili i loro lavori ... se non lo fanno non possono dire che è colpa degli editori
- obbliga le istituzioni a dotarsi di un regolamento, considerato che comunque un ateneo o un’istituzione di ricerca deve avere uno strumento regolamentare in materia e in tale direzione potrebbe usare mandati anche forti con i propri afferenti, non solo suggerendo o promuovendo ma anche citando la norma governativa ...
Oltre all’embargo più breve nella norma tedesca, c’è anche l’affermazione esplicita della nullità dei patti contrari, che rafforza il diritto dell’autore e questo non è un dettaglio di poco conto considerata la forte impronta europea del diritto morale entro il diritto d’autore.
Dal punto di vista del campo di applicazione entrambe le norme si riferiscono ai soli articoli pubblicati su periodici a carattere scientifico (non divulgativi) “che abbiano almeno due uscite annue”. Le monografie restano pertanto escluse, per ora, dalla sfera dell’Open Access, ma questa scelta può avere delle valide ragioni riconducibili a vari fattori, tra i quali le stesse finalità didattiche e non scientifiche dell’opera, o il fatto che alcune monografie generano profitti per gli autori o ancora il fatto che sussistono difformità anche sensibili nei regolamenti per le pubblicazioni scientifiche nei vari atenei che finanziano – tramite i dipartimenti – monografie dei loro afferenti.

Cosa dovremo fare da ora in avanti

Raggiungere questo risultato non è stato facile. È stata una battaglia durissima, decine di salti ad ostacolo tra emendamenti posti da ogni schieramento politico - in sede di dibattito parlamentare al Senato - che alla fine hanno comportato un testo che è stato molto difficile poter raddrizzare. Quasi impossibile cercare di portare a casa un risultato migliore come invece ha fatto la Germania dove la clausola OA sta dentro una legge emanata dal ministero della ricerca. Ma il risultato va accolto positivamente e deve essere ricondotto e riadattato entro un contesto tutto italiano che si è evoluto seppur lentamente, in modo costante. Anche perché per fortuna, all’ultimo momento – alla Camera in fase di conversione del decreto - Ilaria Capua e Stefano Quintarelli hanno sottoscritto una richiesta di modifica, accettata come impegno del Governo [10], di riallineare la neonata norma italiana al periodo di embargo suggerito dalle Raccomandazioni europee.
Il legislatore italiano, come quello tedesco, lascia comunque libera scelta di usare una delle due vie previste dall’Open Access, ma mentre nel disposto tedesco usa un generico “rendere pubblicamente accessibile”, il legislatore italiano indica espressamente le due vie (aurea e verde) come realizzazioni dell’accesso aperto:
- tramite la pubblicazione da parte dell’editore, al momento della prima pubblicazione, in modo tale che l’articolo sia accessibile a titolo gratuito dal luogo e nel momento scelti individualmente;
- tramite la ripubblicazione senza fini di lucro in archivi elettronici istituzionali o disciplinari, secondo le stesse modalità
Alla fine, una norma - anche se non perfetta - serve come richiamo a chi non vuol sentire, è una chiara risposta a chi non vuole porsi domande sul perché - a seguito di un finanziamento pubblico - i risultati della sua ricerca non possano essere aperti e disponibili ad essere testati da altri gruppi di ricerca, in modo indipendente.
In particolare ci sarà da lavorare in modo trasparente e coordinato a livello nazionale alla redazione di policy e regolamenti entro le istituzioni che devono essere emanati al più presto. Sarà necessario come primo step prevedere degli obblighi di deposito di tutti i risultati delle ricerche prodotti dai Programmi di Ricerca Universitari di Interesse Nazionale (PRIN) [11] e alle ricerche svolte grazie al Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base (FIRB) [12] dotando gli archivi aperti dell’apposito modulo per il caricamento dei paper entro i repository. Un altro aspetto fondamentale è quello di nominare un referente tecnico per l’Open Access in ogni istituzione di modo che vi sia un collegamento pratico (e non solo di facciata) al network nazionale che deve avere una struttura agile e snella. La trasparenza nelle licenze deve essere posta come una priorità, ma deve esserci una consapevolezza concreta ed efficace di quello che comporta l’adozione di una licenza piuttosto che un’altra. Un tema caldo, strettamente connesso, è quello dei dati aperti alla ricerca, proprio perché nel contesto dell’Open Access il libero accesso ai dati primari prodotti nell’ambito della ricerca scientifica e finanziati da fondi pubblici è innanzitutto un problema etico.

NOTE

[1] sottoscritta nel novembre 2004 da un nucleo di atenei che nel corso di questo decennio si è allargato fino a comprendere 71 atenei italiani e circa una ventina di centri di ricerca italiani
[2] Una versione italiana della Dichiarazione di Berlino per l’accesso aperto alla letteratura scientifica si trova sul sito del Max-Planck Institute http://openaccess.mpg.de/67682/BerlinDeclaration_it.pdf
[3] Testo del decreto-legge 8 agosto 2013, n. 91 (in Gazzetta Ufficiale - serie generale - n. 186 del 9 agosto 2013), coordinato con la legge di conversione 7 ottobre 2013, n. 112 (in questa stessa Gazzetta Ufficiale alla pag. 1), recante: «Disposizioni urgenti per la tutela, la valorizzazione e il rilancio dei beni e delle attivita' culturali e del turismo.». (13A08109) (GU Serie Generale n.236 del 8-10-2013)
http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2013-10-08&atto.codiceRedazionale=13A08109&elenco30giorni=true
[4] Gli archivi aperti istituzionali in Italia sono circa 90
[5] http://www.crui.it/HomePage.aspx?ref=894
[6] Ci si riferisce al termine “unificazione” cambiato a seguito di un emendamento votato dalla maggioranza. Al comma 3, sostituire le parole: «la piena integrazione, interoperabilità e non duplicazione» con le seguenti: «l'unificazione».
[7] Antonella De Robbio. Lo spazio aperto della conoscenza Il Bo 3 ottobre 2012 http://www.unipd.it/ilbo/content/lo-spazio-aperto-della-conoscenza
[8] Roberto Caso La legge italiana sull'Open Access. Uno sguardo dall'interno. Il Bo 28 ottobre 2013 http://www.unipd.it/ilbo/content/la-legge-italiana-sullopen-access-uno-sguardo-dallinterno
[9] L’accesso aperto è legge - in Germania di Maria Chiara Pievatolo http://minimacademica.wordpress.com/2013/09/20/laccesso-aperto-e-legge-in-germania/
[10] Qui il testo della mozione Capua/Quintarelli
http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_17/showXhtml.asp?highLight=0&idAtto=7498&stile=7
[11] I PRIN hanno sostituito la forma di finanziamento della Ricerca Universitaria, nota come MURST 40%
[12] istituito dalla legge finanziaria 2001 (art. 104) con l'obiettivo di rendere disponibile uno strumento di sostegno finanziario specificamente destinato alla ricerca di base

venerdì 10 gennaio 2014

Posso colpire con un mestolo l'ispettore SIAE?

Questa potrebbe essere un'ipotetica (e ironica) puntata della mia rubrica "Chiedilo all'avvocato" per il sito Rockit.it, nella quale la maggior parte dei quesiti riguardano proprio la SIAE (quali adempimenti sono obbligatori, come comportarsi nel caso di controlli, etc.).
La notizia che mi giunge dal Trentino potrebbe infatti essere trasformata nella domanda: "Prendere a mestolate un'ispettore SIAE è reato?". La risposta è... sì! In virtù del ruolo di pubblico ufficiale dell'ispettore SIAE nell'esercizio delle sue funzioni di controllo relative al rispetto del diritto d'autore durante eventi pubblici.
Il "fattaccio" è successo nei pressi di Rovereto, dove in occasione di una sagra l'ispettore della SIAE locale si sarebbe palesato a sorpresa per fare un controllo, minacciando un verbale per sanzione e facendo nascere una discussione i cui toni si sono scaldati... fino a quando un volontario del Comitato Maccheroni di Isera l'avrebbe colpito, con un mestolo di quelli grandi, ferendolo nelle parti intime.
Ciò ha portato al processo penale e ad una condanna di 4 mesi (sospesi) per resistenza a pubblico ufficiale.
/Fine dell'articolo/

[Volevo chiudere l'articolo dicendo che l'ispettore ha fatto denuncia poiché si era rotto il ca##o, ma poi ho pensato che come battuta era troppo scontata e di bassa lega. Quindi ho evitato].

Fonte della notizia:  www.ladige.it/articoli/2014/01/10/mestolata-ispettore-siae-prende-quattro-mesi

martedì 7 gennaio 2014

In sei alla guida per le nuove tecnologie auto. Android al volante, progresso interessante

Più sicurezza, più informazione, più apertura in un gioco che, se manterrà le promesse, farà vincere tutte le parti in causa.

Cosa fanno insieme Audi, General Motors, Google, Honda, Hyundai e Nvidia? open source nella progettazione dei veicoli.
Fondano Open Automotive Alliance, consorzio tra automobile e informatica per portare tecnologie
La notizia è fresca di... [continua]

Articolo uscito su Apogeonline il 7 gennaio 2014.
Leggilo qui.

domenica 5 gennaio 2014

I post più letti nel 2013


Ecco i 5 post più letti nell'ormai trascorso 2013.

  1. Musica dal vivo: quando non pagare la SIAE (leggi)
  2. La bufala sulla fine del monopolio SIAE (leggi)
  3. Una serata in radio su diritto d'autore e SIAE (con Nico Benz e Guido Scorza) (leggi)
  4. La controversa questione del borderò SIAE (leggi)
  5. L'avvocato dell'Internet: epic fail (leggi)